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La bottiglia che fece 500 chilometri per finire nel lavandino

La bottiglia che fece 500 chilometri per finire nel lavandino

La bottiglia ritratta nella foto che fa da corredo d’immagine al mio breve scritto fece 500 chilometri per finire nel lavandino assassinata dal Tricloroanisolo (qui e anche qui)

Mi fu riportata dal Carso, insieme ad altre bottiglie, da un amico che là si recò per il suo viaggio di nozze e nella sua magnanimità non scordò gli amici con cui si cimenta abitualmente all’arte dello Sturare Bottiglie.

Il vino assassinato dal Tca, la cui incidenza percentuale nonostante sul dato statistico non si trovino pareri unanimi è indubbia, dunque è un Terrano di Skerlj. Non me ne voglia il produttore se è toccato alla sua bottiglia finire in questa lamentatio perché della sua perizia ho letto più volte ed ho ascoltato a viva voce dei suoi ottimi vini da chi l’andò a trovare in cantina e bevve i suoi vini. Non ho motivo di dubitare della qualità dei suoi vini tanto che domani stapperò la sua Malvasia, anch’essa tornata dal viaggio di nozze del mio amico. Ma stasera mentre stappavo il Terrano avevo delle aspettative. Aspettative di bere un buon vino. Ma non è andata così. Il Terrano di Skerlj, come altre ottime ipotetiche bottiglie prima di lui, è finito nelle tubature di casa seguito da una lunga scia di imprecazioni. E questo è il peggiore di tutti i casi. Il caso emblematico. Andare in cantina a prendere una bottiglia mai bevuta, di un produttore rinomato, ma mai incontrato nel bicchiere, pregustare il momento dell’assaggio e finire con la bottiglia nel lavandino. Non si può non pensare che con il tappo a vite non sarebbe successo. Non si può non legittimamente sperare che venga presto il giorno in cui questa percentuale variabile di vini guastati dal Tca sia lo 0 percento e quel giorno sarà quando le tappature alternative saranno accolte con plauso da produttori e consumatori, quando verrà abbandonata l’ossessione per la ritualità. Perché i nemici sono il Tca e l’ossessione per la ritualità. A me personalmente della ritualità non importa niente. Del resto la ritualità non cambia il sapore del vino e nemmeno cambia il cattivo umore che è il primo responsabile delle esperienze sbagliate. La ritualità è un dispositivo di potere. La ritualità serve solo a chi officia il rituale e rischia di innescare, tra le altre cose, quello che il Signor Peynaud chiamava “ottimismo ambientale”, acerrimo nemico del degustatore e del buon senso.

Ciò che conta è il suono del vino che scende nel bicchiere, il ricordo della felicità e della compagnia con cui si condivise la bottiglia, la bontà e la personalità del vino.

Ma quando c’è il Tricloroanisolo c’è solo delusione e imprecazione e a niente serve la ritualità.

(Questo mio breve scritto poteva avere innumerevoli diversi titoli. Ad esempio “il sapore della delusione”, come anche “maledetto tca”, ma anche “w il tappo a vite” , oppure “il tappo impestato”, o ancora “non credevo di rovesciare la bottiglia nel lavandino” e inoltre “la bottiglia che fece 500 chilometri per finire nel lavandino”. Ho scelto quest’ultimo per sottolineare quante cose belle e importanti distrugge il Tca)

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