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Barolo Cannubi 2012 – Giacomo Fenocchio

Barolo Cannubi 2012 – Giacomo Fenocchio

Non voglio parlare dell’annata, ma ho avuto l’occasione di assaggiare un certo numero di vini del 2012, anche blasonati, famosi, unicorni e alcuni non avevano sprint, energia, carattere. Questo non è il caso. È certo invece uno dei migliori 2012 da me assaggiato fino ad oggi.

Prima di ogni altro discorso bisogna parlare del colore di questo vino. Granato splendente, luminoso, la luce lo attraversa e lo pervade rendendolo raggiante.
Ampio al naso con ricordi decisi di frutti rossi maturi, scorza di chinotto, carruba, radici aromatiche, cipria e noce moscata. Ampio e finissimo.

Ha molte buone carte da giocare. Energia, calore, potenza, acidità ben diffusa, sapidità, tannini tangibili e vigorosi, qualità dell’aroma fruttato. Cede qualcosa in presenza e in profondità, a tratti l’alcol sembra troppo/scollegato però senza mai sconfinare nell’incontrollabile. Ottimo il finale dolce/amaro molto persistente.

Credo di poter dire che questo sarà forse il suo apice espressivo, perché ha uno scheletro che il tempo ha levigato appena, alcol evidente a momenti un po’ disorganico e cominciano a tratteggiarsi segnali, se non di maturità, perlomeno di fine della gioventù.

In base a quanto esperito dò un consiglio a chi lo detiene in cantina: Bevilo adesso.

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Chianti Classico 2020 – Tenuta di Carleone

Chianti Classico 2020 – Tenuta di Carleone

Sangiovese di Radda con lunga macerazione e affinamento in acciaio e cemento.
Dal colore rosso chiaro con riflessi purpurei, intense fragranze di giaggiolo, ciliegia, arancia, lavanda e cannella, escono coi minuti anche lievi sentori mentolati. Vino profumatissimo e preciso che, come disse il mio compagno di degustazione all’ultima collection, “sembra di mettere il naso in un profumo”.
In bocca si conferma ciò che fa immaginare il naso. Un vino asciutto, scarno, freschissimo e tonico, che rifugge qualsiasi morbidezza e con tannini appena ruvidi e che si lascia bere con piacere che si ripete. Vino che potrebbe lasciare deluso chi si aspetta più materia, ma che nel suo dispiegarsi netto mostra qualità indiscutibile, carattere ed espressività.
Spiccava all’ultima collection, si conferma a tavola.

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Barolo 2018 – Massolino

Barolo 2018 – Massolino

Vino sottile, incisivo, denso di aspetti positivi, unico Barolo aziendale prodotto nel 2018, ma non saprei dire se questo ha nettamente inciso sulla qualità del vino perché devo dire che il Barolo di Massolino (non cru) prodotto nelle altre annate e assaggiato in passato (ad esempio) , anche senza le uve dei cru aziendali, l’ho sempre trovato ottimo. Forse questo 2018 risulta meno austero e più immediato. Questo sì.
Colore molto chiaro, traslucido, largamente profumato, di anguria, rose rosse, note balsamiche e di cuoio, ma anche ricordi di cannella.
Al palato risulta caldo, brillante, succoso, si potrebbe parlare di immanenza del frutto, ben delineato, con tannini di buona presenza, ma non tetragoni.
Provato più volte, da solo e in compagnia, ogni volta consenso unanime.
L’annata sarà stata difficile, ma questo che ci consegna Massolino è un ottimo vino.

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Barolo/Barbaresco 2015 – una indagine amichevole

Barolo/Barbaresco 2015 – una indagine amichevole


Barolo Sorano – Claudio Alario

Barolo – Domenico Clerico

Barolo – Ferdinando Principiano

Barolo – Cascina Fontana

Barbaresco – Francesco Versio

Barbaresco Autinbej – Ca del Baio


Reduci da una serata dedicata al Brunello di Montalcino dalla quale siamo usciti delusi e con una quantità anomala di sensazioni negative, e che non so nemmeno se raccontare, ci sediamo a tavola con entuasiasmo rinnovato per fare una piccola escursione nell’annata 2015 in Langa con 4 Barolo e 2 Barbaresco e ne ricaviamo ottime indicazioni sull’annata e per quanto riguarda i vini già degustati in precedenza anche interessanti informazioni sulla loro evoluzione.
I vini appaiono tutti, pur nella loro talvolta radicale differenza, approcciabili. Sembra che l’annata abbia contribuito a creare vini meno complessi e più immediatamente interpretabili e dal considerevole tenore alcolico ben integrato.

In ordine di apertura:

Barbaresco Autinbej Ca del Baio

Barbaresco classico con uve provenienti da diversi vigneti e che io definirei un giusto compromesso tra la potenza e la finezza. Dal primo assaggio (https://wp.me/pavwJ6-aP) risulta meno assertivo e decisamente più lineare ed equilibrato. Mantiene l’identità con la sua scorta di sentori che spaziano dal lampone alle erbe aromatiche, passando per la rosa e le spezie.

Resta un vino dal vigoroso impatto, ma c’è già più spazio di gusto, più grazia tattile.

Il Barolo di Domenico Clerico, già assaggiato, dà segni evidenti di apertura. Se in precedenti occasioni era risultato chiuso pare adesso avviato verso una fase di più brillante espressività. Barolo moderno, di colore più scuro degli altri, con sentori di marasca matura, essenze orientali, resine fresche, spezie dolci, sorso setoso, coerente, ben calibrato, senza particolari asperità.

Il Barbaresco di Francesco Versio brilla per la finezza esemplare, la pulizia e la nitidezza dei richiami, la precisione e la definizione del sorso, ha colore chiarissimo in un quadro di fragranza di piccoli frutti rossi, cannella, arancia navel, finale arioso e rinfrescante. Ci si può leggere chiarezza d’intenti ben realizzati in questo vino che è immediato, ma assai ben concertato.

Il Barolo di Serralunga d’Alba di Ferdinando Principiano ha energia straripante, è appena rustico, fresco assai, molto floreale, sanguigno, note di ciliegia e balsamiche, al palato risulta diretto, godibile, a tratti entusiasmante, tannini di grana fine che lasciano spazio alla dolcezza del frutto.

Cascina Fontana è animato da una forza oscura, ancora imbrigliata, ricorda certe bottiglie del cav. Accomasso. Il più tannico e austero del gruppo, ma a me è sembrato un grande vino in attesa di dare il meglio. Per la complessità e la ricchezza del bouquet, dove si trovano reminiscenze di rosa, marasca, carne cruda, humus, genziana, per il suo scheletro e la profondità di gusto. Non esiterei a scommettere su una cassa da conservare in cantina.

Il Barolo Sorano di Claudio Alario mostra un po’ i muscoli. Il più concentrato e denso del gruppo che potrebbe far storcere il naso ai fanatici dl Barolo Classico. Io l’ho invece apprezzato molto nella sua ottima intepretazione moderna. Un bel ventaglio di aromi (prugna matura, chiodo di garofano, mentolato/balsamico, vaniglia, viola), sorso stratificato che sviluppa una buona dinamica, tannini non domati che tracciano un bel profilo, lungo finale balsamico/fruttato.

Barolo Sorano - Claudio AlarioBarolo - Domenico Clerico
Barolo - Ferdinando Principiano
Barolo - Cascina Fontana
Barbaresco - Francesco Versio
Barbaresco Autinbej - Ca del Baio

Barolo/Barbaresco 2015 – una indagine amichevole

Barolo/Barbaresco 2015 – una indagine amichevole

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Barolo Lazzairasco 2006 – Guido Porro

Barolo Lazzairasco 2006 – Guido Porro

Ciò che un tempo fu probabilmente un vino potente e austero è oggi un vino ottimamente evoluto, caratterizzato da determinata gentilezza. E potrebbe essere portato ad esempio delle potenzialità di un vino adatto all’invecchiamento. Il Lazzairasco di Guido Porro da Serralunga, fuoriclasse indiscusso del Nebbiolo, è un Barolo fortemente tradizionale. A 17 anni dalla vendemmia è un vino di colore chiaro luminoso che si dispiega con estrema precisione al palato e nitore al naso dove prevalgono i ricordi fruttati di Melograno maturo, agrumati di scorza di chinotto, e poi sentori di timo, genziana, cuoio, the nero, a tratti etereo.
Vino potente, caldo, il cui filo conduttore sono l’integrità e la qualità del ritorno fruttato nel centrobocca, il suo prolungarsi lineare, definito ed equilibrato, con un tannino adesso disegnato e giusta freschezza, senza flessioni. In coda tornano anche l’agrume e le radici aromatiche.

Vino che avrebbe ancora del tempo a sua disposizione, ma adesso forse al culmine della sua evoluzione positiva.

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Vinudilice 2020 – I Vigneri

Vinudilice 2020 – I Vigneri

Vino rosato prodotto da Salvo Foti con vitigni bianchi e rossi vinificati assieme (Granache, Minnella Nera, Grecanico, Minnella Bianca e altri vitigni) e coltivati sopra i mille metri, forse nella vigna più alta d’Europa, sul versante Nord-Ovest dell’Etna. Con attitudine “naturale”.

Uno dei vini più peculiari che abbia mai provato. Principalmente per mancanza di un repertorio per un confronto possibile.

Colore brillantissimo e invitante, tra la buccia della cipolla ramata e il rosa chiaretto, profumi intensi di susina rossa selvatica, ribes, caramella rossana, agrumi misti, gesso, bitter (erbe aromatiche), pane fresco per un impatto generale che potrebbe far pensare a uno spumante.

Sorso snello, caratterizzato da acidità vivace, cospicua, sapidità, forza espressiva, dal tenore alcolico misurato e grande PAI, la famosa persistenza aromatica intensa del manuale del Sommelier che in questo caso rende benissimo le sensazioni generate da questo vino e che lo rende ottimo compagno a tavola anche con pietanze di difficile abbinamento come i Nachos con il Guacamole per un aperitivo davvero unico.

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Nebbiolo d’Alba 2011 – Flavio Roddolo

Nebbiolo d’Alba 2011 – Flavio Roddolo

I vini di Flavio Roddolo, il Ronin del Bricco Appiani, finiscono per essere sempre sorprendenti e questo Nebbiolo non fa eccezione e se confrontato col 2010, ultimo da me bevuto e che era un campione di austerità, risulta essere un vino più caldo e denso e meno rigoroso del solito. Più pronto, anzi pronto adesso.

Colore rosso granato scuro, all’apertura asfalto bagnato, poi marasca sotto spirito, tamarindo, foglia di the, rosmarino e poi la cifra dei vini di Flavio Roddolo ovvero questa nota sanguigno/ferrosa che spesso si riscontra nei suoi vini. Non manca certo di aromi e dà qualche segnale di un iniziale avviamento verso la maturazione.

Sorso piuttosto caldo e ampio, acquisisce potenza espressiva col tempo, ha un filo di pungenza con sensazioni acido/sapide in evidenza, tannini lavorati e dentro il vino, prevalenza di frutto maturo in fase retrolfattiva. A tratti mostra morbidezza.
Vino pronto, tendente all’equilibrio, meno Roddoliano del solito.
Il tutto orchestrato su registri cupi. Un nebbiolo crepuscolare, di grande personalità.

A chi fortunello ne detenesse delle bottiglie io consiglio l’apertura entro un paio d’anni.

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ELI ZAMBROTTA 2020 – Cantine Telaro Fiano IGT Roccamonfina

ELI ZAMBROTTA 2020 – Cantine Telaro

Fiano IGT Roccamonfina

Fiano coltivato nel parco di Roccamonfina sulle pendici del vulcano spento.

Un anno in acciaio. Il Colore quasi tendente al verde, profumi decisi di pesca percoca, orzo, sambuco, erba medica, agrume aromatico.

Secco e salino al palato, deciso nella sua essenzialità sviluppa una considerevole forza gustativa, con acidità misurata e prolungato ritorno finale di bergamotto e frutto fresco.

Vino ben eseguito che suggerisce chiarezza d’intenti.

Nel mio caso ha accompagnato brillantemente i Filetti di Ombrina in padella con cannellini e crema di peperoni in guscio di verza. Ed è sostanzialmente con piatti di mare che io lo vedo accompagnarsi. E, perché no, con formaggi freschi caprini.

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Le delusioni enoiche del 2022

LE DELUSIONI ENOICHE DEL 2022

Prendendo spunto dall’iniziativa di un competente stappatore/comunicatore che incitava dal suo spazio Facebook i suoi omologhi a stilare una lista di vini deludenti invece di limitarsi solo a quelli piacevoli, ho compilato questa lista. Ho volutamente omesso i vini guasti, difettati e ingiudicabili ed è quindi sottinteso che i vini nell’elenco non fossero difettati. Tutte le bottiglie, tranne Baron Ugo e Turriga sono state condivise e la delusione è parsa essere unanime. Contribuisce certamente alla delusione il fatto che tutti questi vini sono preceduti dalla loro fama, dal discorso e dall’aura di mito da cui sono ammantati.
Specifico che sono delusioni contestuali legate a singole esperienze e non giudizi definitivo sull’operato di nessuno e che di alcuni dei produttori in elenco sono convinto sostenitore/stappatore da anni.

Barbera Francia 2018 – Conterno

C’è poca Barbera. Vagamente freaky, un mix di resine, erbe aromatiche e frutto acerbo. Comunica ricerca di originalità senza successo. In una serata con altre 7 Barbere di fama sfigura nettamente.

Turriga 2012 – Argiolas

Molta polpa, ma poca vitalità. Si annuncia vigorosamente, ma si esaurisce in breve ed è lontano parente delle altre bottiglie di Turriga, giovani e vecchie, bevute nel recente passato.

Baron’ Ugo 2015 – Monteraponi

Un vino criptico, incomprensibile, grosso scheletro e poco, o punto, gusto. Sentori un po’ al limite che ho riscontrato anche in altre bottiglie e che mi fanno pensare a una precisa scelta stilistica. Per me resta un sangiovese da 50 euri che nel bicchiere dà ben poca soddisfazione.

Ribolla 2013 – Gravner

Si passa dal vastissimo e bellissimo corredo aromatico a una alcolicità impressionante che offusca il sorso, lo rende difficoltoso, macchinoso. Lo neutralizza.

Barolo Ciabot Mentin 2010 – Clerico

Vuoi per l’annata, vuoi per la fama del produttore, le aspettative c’erano. E le aspettative, specificando sempre che contribuiscono esse stesse alla formazione delle delusioni, vanno deluse. Sentori di resine, essenze aromatiche. Vino troppo acido e caldo, poco fruttuoso, corto. Anonimo.

Faro Palari 2013

Apporto di legno maldosato, vino contratto, pochissimo espressivo, al limite del mutismo.

Brunello di Montalcino 2012 – Cerbaiona

Come Turriga. Forse anche vagamente piatto e pochissimo fragrante. Rapporto prezzo soddisfazione da shock.

Jakot 2018 – Princic

Acetica senza controllo. La decisione di proporre al bevitore un vino come questo mi risulta ancora insondabile. Espressività o esagerazione? Credo che solo con atteggiamento ideologico sia possibile bere questo vino, ma non escludo di avere gusti limitati e di non essere abbastanza “inclusivo”.

Pinot Nero Ris. Trattman Mazon 2016 – Girlan

Una bomba alcolica lignea. A tratti ingombrante. Uno dei pochi 2016 malriusciti che abbia avuto la possibilità di assaggiare. Bevibilità scarsissima.

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Montecucco “Campo Rombolo” 2020 – Le Calle

Montecucco “Campo Rombolo” 2020 – Le Calle

(le belle sorprese da poco più di 10 euro)

L’azienda Le Calle si trova a Cinigiano in provincia di Grosseto. Tra il Monte Amiata e il mare Tirreno.
Questo Montecucco è prodotto con uve Sangiovese 90 percento e Ciliegiolo.
Vino artigianale, senza invecchiamento in legno.
Conservavo un buon ricordo di un bicchiere bevuto un paio d’anni addietro, trovo una bottiglia in enoteca e decido di rinfrescarlo.

Vino di colore scuro, immediato, con sentori di viola, marasca, ematico/terroso, pepe nero. Semplice e diretto.
Sorso caratterizzato da robusta fruttuosità e spiccata sapidità, gioviale e appena rustico, gli si perdona quel po’ di alcol di troppo in virtù di un sorso decisamente piacevole e corposo, mai sfuggente, ben definito. Tannini possenti, ma ben scolpiti.

Se non è un campione di finezza, lo è certamente di concretezza.

Benissimo con le mezze pipe al Ragù di Manzo e Prosciutto.

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