Bottiglie, Degustazioni

Brunello di Montalcino 2016 – Albatreti

I vigneti storici dell’azienda Albatreti sono posizionati sul versante sudoccidentale del territorio di Montalcino. Una piccola realtà a conduzione familiare, circa 8.000 bottiglie all’anno, la cui prima annata di Brunello risale al 2009. Non c’è voluto molto all’azienda di Gaetano Salvioni — e il cognome, in effetti, ha un suo perché — per affermarsi come una realtà qualitativamente rilevante nel panorama di Montalcino.

Nel 2023 Salvioni ha poi ceduto i vigneti e il podere alla confinante Il Palazzone, di proprietà dell’americano Peter Kern, mantenendo però il marchio Albatreti e dando inizio a una nuova fase dell’azienda con vigneti distribuiti in diverse zone della denominazione.

In questo caso si tratta di un 2016, annata prestigiosa e performante che, nei nostri assaggi, all’uscita e negli anni successivi, ha quasi sempre confermato le promesse.

Questo Brunello di Albatreti non sconfessa le premesse e giunge al suo appuntamento con il bicchiere, e con il bevitore, in forma splendida. Colore rubino piuttosto fitto; al naso un’onda ampia, quasi vertiginosa, di fragranze che spaziano dalla marasca alla nepitella — la mentuccia comune — transitando per il sottobosco, la lavanda, la foglia di tè e il tabacco, in un crescendo coinvolgente.

Dopo l’assaggio lo definirei un vino di confine. Confine stilistico, intendo. Non diafano e aereo come vorrebbe il gusto contemporaneo, che nella trasparenza estrema, nella sottrazione, nella verticalità e nella rarefazione del frutto individua il paradigma della finezza, e nemmeno smaccatamente concentrato e alcolico come predicato in un’epoca dominata dal gusto anglo-americano.

Il Brunello 2016 di Albatreti al palato è generoso, stratificato, polposo e, al contempo, acido e soprattutto tannico, nel senso più nobile del termine. Il tannino si apre a ventaglio e pare dinamizzare il sorso, accompagnandolo con continuità e allungandone il piacere. Vino di evidente qualità ed equilibrio che a mio avviso, in relazione a questa bottiglia, è da bersi adesso.

Approfondimenti

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Altre risorse

Enonauta/Degustazione di Vino #513 - review - Brunello di Montalcino 2016 - Albatreti | Brunello Monumentale

Brunello di Montalcino 2016 Albatreti

Albatreti’s historic vineyards are located on the south-western side of Montalcino. A small, family-run estate producing around 8,000 bottles a year, it released its first Brunello with the 2009 vintage. It did not take long for Gaetano Salvioni’s estate — and the surname, indeed, carries a certain resonance here — to establish itself as a significant quality producer within the Montalcino landscape.

In 2023, Salvioni sold the vineyards and the estate property to neighbouring Il Palazzone, owned by American entrepreneur Peter Kern, while retaining the Albatreti brand and beginning a new chapter with vineyards located in different areas of the appellation.

Here we are dealing with the 2016 vintage, a prestigious and highly successful year that, in our tastings, both upon release and in the years that followed, has almost always lived up to expectations.

This Albatreti Brunello does nothing to contradict those premises and arrives at its meeting with the glass — and with the drinker — in splendid form. The colour is a rather deep ruby. On the nose comes a broad, almost dizzying wave of aromas, ranging from sour cherry to wild mint, moving through undergrowth, lavender, tea leaf and tobacco in an increasingly engaging progression.

After tasting it, I would describe it as a wine on the border. A stylistic border, I mean. It is neither diaphanous nor airy in the manner favoured by contemporary taste, which increasingly finds its paradigm of finesse in extreme transparency, restraint, verticality and the rarefaction of fruit; nor is it overtly concentrated and alcoholic in the manner once advocated during an era dominated by Anglo-American taste.

On the palate, Albatreti’s 2016 Brunello is generous, layered and fleshy, while at the same time driven by acidity and, above all, tannin in the noblest sense of the word. The tannin opens out like a fan and seems to give the wine momentum, sustaining the flow of the palate and extending its pleasure.

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Jiasik 2024 - Borgo San Daniele
Bottiglie, Degustazioni

Jiasik Bianco 2024 – Borgo San Daniele

Jiasik 2024 – Borgo San Daniele

Riesling e Malvasia assieme da Giassico – Cormons, trovo elementi non univoci sulla tecnica di vinificazione e comprimendo i vari dati reperiti si può riassumere con: un breve trattamento a freddo del grappolo intero (criomacerazione?), seguito da pressatura soffice, fermentazione in acciaio e affinamento sui lieviti con bâtonnage. Alla prova del bicchiere quanto elaborato trova plausibilità principalmente per la fragranza che è decisamente intensa, pur senza grande complessità, con reminiscenze di pesca bianca e crema di limoni con qualche nota leggera di spezie. 

In bocca è lussureggiante, ricco, sembra poter mettere d’accordo vari macrogruppi di bevitori – chissà se volontariamente – gli amanti del bianco profumato come quelli del bianco di sostanza ma comunque con freschezza congrua.

Perché di questo si tratta. Un bianco di sostanza, che non difetta di acidità, pieno, strutturato, sapido quanto basta.

Anche il prezzo non è da ricchi.

Enonauta/Degustazione di Vino #512 - review - Jiasik Bianco 2024 - Borgo San Daniele | Bianco Poliedrico, profumato e voluminoso
Jiasik 2024

Jiasik 2024 – Borgo San Daniele

Riesling and Istrian Malvasia together, from Giassico in Cormons. The available information about the winemaking technique is not entirely consistent; piecing together the various details, the process can be summarised as a brief cold treatment of the whole bunch — perhaps comparable to cryomaceration — followed by gentle pressing, fermentation in stainless steel and ageing on the lees with bâtonnage.

The colour is an intense, saturated yellow, with no oxidative overtones. In the glass, this reconstruction seems plausible above all because of the aromatic intensity: the wine is distinctly fragrant, although not especially complex, with notes of white peach, lemon curd and a light touch of spice.

On the palate it is lush and rich; it seems capable of bringing together — whether deliberately or not — two broad families of wine drinkers: those who love perfumed whites and those who look for substance in a white wine, while retaining a well-proportioned freshness.

Because that is precisely what this is: a white wine of real substance, full and structured, with no shortage of acidity and just enough savoury character.

Nor is it priced for the rich.

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Bottiglie, Degustazioni

Grignolino d’Asti DOC “Lasme Sté” 2022 di Cascina Rey

Ci sono grandissimi vini e ci sono grandissimi Grignolini. Le due cose non si escludono. Io però faccio parte di quella schiera di enomaniaci convinti che un vino vada valutato prima di tutto all’interno del proprio insieme originario: rispetto al vitigno che lo genera, al territorio da cui proviene, alla storia delle sue interpretazioni. Solo in un secondo momento ha senso collocarlo dentro un insieme più vasto.

Quello di cui si tratta qui è un grandissimo Grignolino, Grignolino d’Asti per la precisione, prodotto da una delle più piacevoli scoperte del 2025: Cascina Rey. È prodotto in sole 380 bottiglie.

Cascina Rey si trova a Valle del Re, a pochi chilometri dal centro di Asti, ed è nelle mani della stessa famiglia dal 1913. Oggi la conduce Monica Monticone, che ha preso le redini dell’azienda alla fine del 2016. Sei ettari complessivi, circa 12.000 bottiglie l’anno, vigne in parte storiche — alcuni impianti di Barbera, Grignolino e Cortese risalgono al 1970 — e terreni costituiti in larga parte dalle sabbie astiane plioceniche di origine marina. Una piccola realtà familiare che continua a lavorare soprattutto sui vitigni tradizionali dell’Astigiano.

La vinificazione è in rosso, in vasche d’acciaio, con una macerazione sulle bucce di circa dieci giorni a temperatura controllata. Dopo la malolattica spontanea, il vino affina per diciotto mesi in barrique di quarto passaggio: un legno quindi già ampiamente utilizzato, che sembra avere soprattutto una funzione di affinamento e di lenta evoluzione, di “contenitore” senza sovrapporsi al carattere del Grignolino.

È l’ultima bottiglia rimasta di quelle recuperate al Mercato FIVI 2025.

Enonauta/Degustazione di Vino #511 - review - Grignolino d’Asti DOC “Lasme Sté” 2022 di Cascina Rey | Un Grandissimo Grignolino

Com’è un grandissimo Grignolino?

Fragrante, prima di tutto. Brillante e chiaro. Fresco, tannico, tonico. Capace di sviluppare molto sapore senza ricorrere alla concentrazione. Riconoscibile al naso con piccoli frutti rossi, agrumi, floreale delicato, spezie, una vena amaricante che allunga il sorso. Energia, precisione e bevibilità. 

E che mostri appieno le potenzialità del vitigno. Che indubbiamente sono molte.

In piena corrispondenza con l’identikit appena tracciato, il Grignolino di Cascina Rey mostra di avere tutte le carte in regola: fragrante e con un profilo profondamente riconoscibile: fragolina di bosco, agrumi, una sottile vena bitter, un floreale delicato e spezie appena accennate.
Al palato è fresco, tannico, energico, con una materia senza peso, ma tonico e con intensità di gusto. Il tannino ha carattere, mai rustico però. Insieme all acidità diffusa dona al vino struttura restituendo un Grignolino saldo e dinamico, che va  oltre l’immagine del rosso leggero e immediato in un’interpretazione che sembra voler ricordare quanto questo vitigno possa essere serio, profondamente territoriale e dotato di una evidente attitudine all’evoluzione.

Grignolino d’Asti DOC “Lasme Sté” 2022 di Cascina Rey

There are great wines, and there are great Grignolinos. The two things are not mutually exclusive. I belong, however, to that group of wine obsessives who believe that a wine should first be judged within its own original context: in relation to the grape variety it comes from, the territory it belongs to, and the history of its interpretations. Only afterwards does it make sense to place it within a broader framework.

What we are dealing with here is a truly great Grignolino — Grignolino d’Asti, to be precise — made by one of the most pleasant discoveries of 2025: Cascina Rey. Only 380 bottles were produced.

Cascina Rey is located in Valle del Re, just a few kilometres from the centre of Asti, and has been in the hands of the same family since 1913. Today it is run by Monica Monticone, who took over the estate at the end of 2016. Six hectares in total, around 12,000 bottles a year, with some old vineyards — certain plots of Barbera, Grignolino and Cortese date back to 1970 — and soils largely composed of Pliocene Asti sands of marine origin.

A small family estate that continues to work mainly with the traditional grape varieties of the Asti area.

This is the last bottle left from those I picked up at the 2025 Mercato FIVI.

How should a truly great Grignolino be?

Fragrant, first and foremost. Bright and clear. Fresh, tannic, taut. Capable of developing plenty of flavour without relying on concentration. Recognisable on the nose through small red berries, citrus fruit, delicate floral notes, spices, and a slightly bitter vein that lengthens the palate. Energy, precision and drinkability.

And it should fully reveal the potential of the grape variety. Which is undoubtedly considerable.

Perfectly matching the profile just outlined, Cascina Rey’s Grignolino has everything in place: fragrant and deeply recognisable, with wild strawberry, citrus fruit, a subtle bitter note, delicate floral aromas and lightly sketched spices.

On the palate it is fresh, tannic and energetic, with substance but no heaviness, taut and intensely flavourful. The tannin has character without ever becoming rustic. Together with the pervasive acidity, it gives the wine structure, producing a firm and dynamic Grignolino that goes well beyond the image of a light, immediate red.

It is an interpretation that seems intent on reminding us just how serious, deeply rooted in its territory and naturally suited to evolution this grape variety can be.

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Sacrisassi Rosso 2022 – Le Due Terre

Sacrisassi Rosso 2022 – Le Due Terre

Sacrisassi Rosso 2022 – Le Due Terre

Emblema della Friulitudo del vino in rosso, nasce a Prepotto, patria dello Schioppettino e luogo simbolo del Friuli enoico.

Schioppettino e Refosco dal Peduncolo Rosso, con piccola prevalenza del primo. 13,5°.

Vinificazione tradizionale, fermentazione spontanea delle due varietà insieme con lieviti indigeni, affinamento in legno neutro e poi in vetro.

Vino scuro, riconoscibile, porta dentro una sua profonda identità che traspare di anno in anno nella ovvia diversità dovuta alle caratteristiche dell’annata.

Fragrante, intensi richiami di cassis e di pepe, ma anche chiodo di garofano e fiori di malvone.

Al palato è saldo, sapido e materico. Senso di grande equilibrio e prolungato sviluppo gustativo, con meno tensione acida e più morbidezza, figlia probabilmente dell’annata calda e siccitosa. Affiora anche una sottile vena dolce, più percettiva che propriamente gustativa, che non ricordavo nelle annate precedenti e che sembra inserirsi proprio in questa maggiore maturità del frutto.

Approfondimenti: Sacrisassi Rosso 2015 – Le Due Terre · Sacrisassi Rosso – verticale · Prepotto – Consorzio Friuli Colli Orientali

Enonauta/Degustazione di Vino #510 - review - Sacrisassi Rosso 2022 – Le Due Terre | Emblema della Viticoltura Friulana

Sacrisassi Rosso 2022 – Le Due Terre

An emblem of red-wine Friulitudo, it comes from Prepotto, the homeland of Schioppettino and one of the symbolic places of Friuli wine.

Schioppettino and Refosco dal Peduncolo Rosso, with a slight predominance of the former. 13.5% ABV.

Traditional vinification, with the two varieties fermented together spontaneously using indigenous yeasts, followed by ageing in neutral wood and then in bottle.

A dark, recognisable wine, carrying a deep identity that emerges year after year through the inevitable variations shaped by each vintage.

Fragrant, with intense notes of cassis and pepper, alongside clove and mallow flowers.

On the palate it is firm, savoury and substantial. There is a strong sense of balance and a long, developing finish, with less acidic tension and greater softness, probably a consequence of the hot, dry vintage. A subtle sweet vein also emerges, more perceptual than actually sweet on the palate, something I do not recall finding in previous vintages and which seems to belong precisely to this greater ripeness of fruit.

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Barolo Cannubi 2016 – Brezza

Barolo Cannubi 2016 –  Brezza

Per raccontare questo vino possiamo partire dalle tre parole che circoscrivono l’ambito d’indagine in modo piuttosto preciso:

2016, Cannubi e Brezza. Nell’ordine: un’annata largamente considerata tra le migliori delle Langhe recenti; uno dei cru più prestigiosi e conosciuti di Barolo, il cui nome compare già su una bottiglia datata 1752; una delle aziende storiche del territorio, interprete coerente di un’idea tradizionale di Barolo, e il cui Cannubi 2016 è stato considerato dalla critica tra le migliori espressioni dell’annata.

Nebbiolo vinificato in cemento, due anni in botti grandi e affinamento in bottiglia. L’attitudine è classicista.

Desta qualche perplessità all’apertura per una certa ritrosia a sviluppare fragranze, ma già a fine cena comincia ad aprirsi.

Dá il meglio a 24 ore dall’apertura quando sviluppa un ventaglio di fragranze decisamente ampio e rigoroso.

Si va dal lampone al rosmarino, dall’eucalipto all’agrume delicato, con un fondo di goudron — credo sia una delle poche volte che lo avverto così distintamente.

Il sorso è teso, slanciato, pieno di forza nervosa con acidità fluente e tannini nobili nella loro forza. Finale prolungato, arioso, tutto centrato sul frutto rosso. 

Il fatto che dia il meglio a ventiquattro ore dall’apertura suggerisce soprattutto questo: siamo davanti a un Barolo ancora in piena traiettoria evolutiva, capace di distendersi senza perdere tensione e con parecchia aspettativa di vita davanti.

Vino ottimo che può essere accompagnato a questo punto della sua evoluzione con un  carrè d’agnello al forno o con una faraona ai funghi porcini in tegame. No panna e/o pomodoro.

Enonauta/Degustazione di Vino #509 - review - Barolo Cannubi 2016 - Brezza | Barolo classicamente energico
Enonauta/Degustazione di Vino #509 - review - Barolo Cannubi 2016 - Brezza | Barolo classicamente energico

Barolo Cannubi 2016 – Brezza

To tell the story of this wine, we can start with three words that define the scope of the discussion quite precisely: 2016, Cannubi and Brezza.

In that order: a vintage widely regarded as one of the finest in the Langhe in recent decades; one of Barolo’s most prestigious and renowned crus, whose name already appeared on a bottle dated 1752; and one of the historic estates of the area, a consistent interpreter of a traditional idea of Barolo, whose 2016 Cannubi has been considered by critics among the finest expressions of the vintage.

Nebbiolo vinified in concrete, aged for two years in large oak casks and then further refined in bottle. Its attitude is decidedly classicist.

At first it raises a few doubts, showing a certain reluctance to develop its aromas, but by the end of dinner it already begins to open up.

It gives its best, however, twenty-four hours after opening, when it develops a broad and remarkably precise aromatic range. Raspberry, rosemary, eucalyptus and delicate citrus notes emerge over a background of goudron — I believe this is one of the very few times I have perceived it so distinctly.

The palate is taut and slender, charged with nervous energy, with flowing acidity and tannins that are noble in their strength. The finish is long and airy, entirely centred on red fruit.

The fact that it reaches its finest expression after twenty-four hours suggests above all that this is a Barolo still firmly on its evolutionary path, capable of unfolding without losing tension and with plenty of life ahead of it.

At the table, its combination of tension, fine tannins, balsamic notes and red fruit calls for dishes with depth but without excessive richness. A rack of lamb with herbs would work beautifully, but I would be particularly tempted by guinea fowl with mushrooms, slowly cooked in a pan: the succulence of the meat would meet the wine’s acidity and tannins, while the earthy character of the mushrooms would echo its more balsamic and goudron-like nuances without overwhelming the finesse of Cannubi.

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Chinens 2020 – Baronia della Pietra – Nero d’Avola Sicilia Doc

Un Nero d’Avola di Baronia della Pietra, azienda dell’entroterra agrigentino conosciuta e apprezzata a Vignaioli Contrari — e il bicchiere lo testimonia.

Secondo la scheda aziendale dedicata al vino, è vinificato in acciaio e affinato nello stesso materiale per un anno.

Ogni volta che ne stappo una bottiglia ripenso agli anni Novanta, quando il Nero d’Avola andava di moda e trainava la rinascita del vino siciliano per poi andare a perdersi dentro versioni troppo dense e poco identitarie, nate probabilmente per assecondare il gusto dominante e la critica che lo premiava. Poi quella stessa critica si orientò verso suggestioni ritenute più «raffinate» e, non di rado, esangui, e il Nero d’Avola finì paradossalmente per perderne il favore.

Questo non ne decise comunque la sfortuna commerciale dal momento che nel 2020 e nel 2021 il Nero d’Avola DOC Sicilia sfiorò i 50 milioni di bottiglie certificate e nel 2022 ne superò ancora 43 milioni.

Nel frattempo, nelle interpretazioni migliori, il Nero d’Avola è tornato a farsi vino di territorio, restituendo il lavoro in vigna e la natura dei suoli. Qui siamo sul terreno calcareo di contrada Chinesi, ad Alessandria della Rocca, in provincia di Agrigento.

Ma andiamo a descriverlo:

Il colore è fitto e compatto. Al naso è fragrante, con ricordi di arancia amara, prugna, chiodo di garofano e resina di cipresso; il profilo resta prevalentemente fruttato, su tonalità mature.

Al palato il Chinens 2020 è saldo, ben delineato, senza fronzoli e ampiamente godibile. Non cerca effetti particolari né esibisce una complessità costruita: procede diritto, sostenuto da una materia integra, da un tannino ben assestato e da una freschezza viva. A convincere soprattutto è la dinamica gustativa, intensa e prolungata.

Vino che ricomprerei e consiglierei.

Enonauta/Degustazione di Vino #509 - review - Chinens 2020 - Baronia della Pietra | saldo, ben delineato, senza fronzoli
Enonauta/Degustazione di Vino #509 - review - Chinens 2020 - Baronia della Pietra | saldo, ben delineato, senza fronzoli

Chinens 2020 – Baronia della Pietra

A Nero d’Avola from Baronia della Pietra, an estate in the Agrigento hinterland that I came to know and appreciate at Vignaioli Contrari—and the wine in the glass bears this out.

According to the technical sheet dedicated to the wine, it is vinified in stainless steel and aged there for one year.

Whenever I open a bottle of Nero d’Avola, I think back to the 1990s, when the variety was fashionable and spearheaded the renaissance of Sicilian wine. Yet that success also encouraged the spread of overly dense interpretations with little sense of identity, often shaped to cater to the prevailing taste and the critics who rewarded it. When that same critical establishment turned towards styles deemed more “refined” and, not infrequently, anaemic, Nero d’Avola paradoxically fell out of favour.

This decline in critical esteem did not, however, bring about a corresponding commercial downturn: in 2020 and 2021, certified Sicilia DOC Nero d’Avola production still approached 50 million bottles, while in 2022 it remained above 43 million.

Meanwhile, the finest interpretations have brought back to the fore what the more homogenised versions had obscured: Nero d’Avola’s ability to become a wine of place, conveying both the work carried out in the vineyard and the nature of its soils. Here, the setting is Contrada Chinesi, in Alessandria della Rocca, in the province of Agrigento, with its limestone-rich soils.

The colour is deep and saturated. The nose is fragrant, with notes of bitter orange, plum, spice and cypress resin; ripe fruit remains the dominant register.

On the palate, Chinens 2020 is firm, well-defined, unfussy and thoroughly enjoyable. It does not reach for showy effects or parade a contrived complexity: it goes straight to the point, supported by a sound core, well-integrated tannins and lively freshness. Most compelling of all is its intense, sustained development across the palate.

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Trebbiano d’Abruzzo 2023 – Amorotti

Trebbiano d’Abruzzo 2023 – Amorotti

Se il Montepulciano di Amorotti (link) è stato convincente, ma senza entusiasmi, il Trebbiano 2023 dell’Azienda di Loreto Aprutino è stato convincente e a tratti entusiasmante. 

Non trovando dati esatti sulla vinificazione sui canali ufficiali Amorotti, mi affido ai sensi e a quanto riportato da diverse fonti online.

Trebbiano coltivato a tendone, vinificato con attitudine non interventista  e con invecchiamento in tonneau da 2500 litri e sei mesi di bottiglia a seguire. Non escluderei, a gusto, data la tessitura e il volume un periodo sulle fecce.

Il colore è giallo intenso tendente al dorato. Al naso mostra un carattere deciso e originale, con richiami di enotera, nespola matura, miele di cardo e in secondo piano sentori di lime e una traccia vegetale/aromatica.

Al palato è stratificato e rugoso, tiene insieme acidità e materia, la sapidità è ampiamente sopra la media, persistenza e personalità e alccol ben dosato.

Vino di notevole caratura e, insieme, di grande piacevolezza.

Grazie a Il Magazzino/Happy Wine che reperendo le bottiglie mi ha permesso di degustare finalmente i vini Amorotti.

Enonauta/Degustazione di Vino #507 - review - Trebbiano d’Abruzzo 2023 – Amorotti | Trebbiano di grande caratura

Trebbiano d’Abruzzo 2023 – Amorotti

If Amorotti’s Montepulciano had struck me as convincing, though without real excitement, the 2023 Trebbiano from this Loreto Aprutino estate proved convincing and, at times, genuinely exciting.

Since I have not found complete technical details on Amorotti’s official channels, I rely here on my senses and on what is reported by various online sources: Trebbiano d’Abruzzo grown on pergola-trained vines, vinified with an artisanal and low-intervention approach, aged in large 25-hectolitre oak vessels and then further refined in bottle. The volume and texture of the palate also suggest some work on the lees, although I have found no official confirmation of this.

The colour is an intense yellow, already tending towards gold. On the nose it shows a distinctive and original character, with notes of evening primrose, ripe medlar, cardoon honey and, in the background, lime, aromatic herbs and a more vegetal trace.

On the palate it is layered and slightly textured: it brings together acidity and substance, with salinity well above average, good persistence and uncommon personality.

A wine of considerable calibre and, at the same time, great drinking pleasure.

Thanks to Il Magazzino / Happy Wine, whose sourcing of the bottles finally allowed me to taste Amorotti’s wines.

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Montepulciano d’Abruzzo 2020 – Amorotti

Montepulciano d’Abruzzo 2020 – Amorotti

Prima di stappare questa bottiglia, ciò che sapevo dell’azienda Amorotti si limitava alla sua provenienza: Loreto Aprutino in provincia di Pescara. Uno dei luoghi più significativi dell’Abruzzo del vino, capace di esprimere interpretazioni importanti e longeve del Montepulciano, e da tempo associato ad alcune delle esperienze più autorevoli della regione.
È un Montepulciano saldo, senza esagerazioni: 14 gradi alcolici, affinamento in botti grandi, colore impenetrabile.
Al naso non è esplosivo, ma continuo, con richiami di cassis, foglia di alloro, spezie scure ed echi balsamici.
In bocca conferma l’impressione iniziale. A spiccare è l’equilibrio fra tannino, acidità e materia, da cui emerge una sapidità indubbiamente cospicua che ci riporta generosamente in fase retrolfattiva il frutto nero e le spezie.
È un vino soddisfacente in senso generale, dotato di apprezzabile serietà, ma anche con pochi guizzi. Come se — pensiero personale e del tutto opinabile — nel tentativo di domare certe naturali e indomabili bizzarrie del Montepulciano, lo si fosse confinato in un vestito un po’ stretto.

Enonauta/Degustazione di Vino #506 - review - Montepulciano d’Abruzzo 2020 – Amorotti | Montepulciano saldo, senza esagerazioni
Montepulciano d’Abruzzo 2021 – Amorotti

Montepulciano d’Abruzzo 2020 – Amorotti


Before opening this bottle, what I knew about Amorotti was limited to its origin: Loreto Aprutino, in the province of Pescara. One of the most significant places in Abruzzo wine, capable of producing important and long-lived interpretations of Montepulciano, and long associated with some of the region’s most authoritative wine experiences.
It is a firm Montepulciano, without excess: 14% alcohol, aged in large oak casks, with an impenetrable colour.
On the nose it is not explosive, but steady, with notes of cassis, bay leaf, dark spices and balsamic echoes.
On the palate it confirms the initial impression. What stands out is the balance between tannin, acidity and substance, from which a clearly substantial savouriness emerges. On the finish, black fruit and spices return generously.
Overall, it is a satisfying wine, marked by an appreciable seriousness, but also by few real flashes of surprise. As if — this is a wholly personal and debatable thought — in the attempt to tame certain natural and untameable quirks of Montepulciano, the wine had been confined in a slightly too-tight suit.

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Roero Anime 2022 – Alberto Oggero


Il Roero “Anime” di Alberto Oggero è un bell’esempio di ciò che il Roero può offrire di originalmente buono declinando il Nebbiolo senza inseguire il modello langarolo, ma restituendone una fisionomia territoriale autonoma e riconoscibile.
Nasce da una vecchia vigna, quasi centenaria, a Santo Stefano Roero, su suoli sabbiosi e argillosi. La vinificazione segue un’impostazione tradizionale, con fermentazione spontanea e affinamento in tonneau.
Il colore è chiaro, più orientato al rosso che al granato. Il naso è estroverso e intenso: richiama inizialmente la prugna e la carruba, poi una speziatura misurata e un tratto vegetale-resinoso che fa pensare al cipresso nelle giornate estive.
Al sorso è largo e sostanzioso, più giocato sulla sapidità che sull’austerità tattile. Mostra equilibrio, facilità di beva e una bella compostezza espressiva. Il tannino è educato, la chiusura pulita, senza sbavature.

Enonauta/Degustazione di Vino #505 - review - Roero Anime 2022 - Alberto Oggero | esempio di ciò che il Roero può offrire di originalmente buono
Roero Anime 2022 – Alberto Oggero

Roero “Anime” 2022 – Alberto Oggero


Alberto Oggero’s Roero “Anime” is a fine example of what Roero can offer when it interprets Nebbiolo without trying to imitate the Langhe, instead giving the grape a clearly territorial and independent expression.
It comes from an old, almost century-old vineyard in Santo Stefano Roero, planted on sandy and clayey soils. The winemaking follows a traditional approach, with spontaneous fermentation and ageing in tonneaux.
The colour is pale, leaning more toward red than garnet. The nose is expressive and intense: plum and carob come first, followed by restrained spice and a slightly resinous, vegetal note that recalls cypress trees in summer.
On the palate it is broad and substantial, driven more by savouriness than by tactile austerity. It shows balance, drinkability and a composed expressive profile. The tannins are well-mannered, the finish clean, with no rough edges.

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Dolcetto d’Alba 2021 – Lorenzo Accomasso

Dolcetto d’Alba 2021 – Lorenzo Accomasso

Mi piace pensare a questo Dolcetto di Lorenzo Accomasso come a un vigoroso saluto rivolto a chi, negli anni, lo aveva apprezzato come vignaiolo e a chi ebbe la fortuna di conoscerlo di persona, anche come narratore di storie a più strati. È un’ultima annata prodotta prima dell’espianto dei vigneti aziendali di Dolcetto, e per questo assume oggi un significato simbolico ancora più forte, alla luce della recente scomparsa del Commendatore Accomasso: se considerava il Barbera il vino della felicità, nel Dolcetto riconosceva il vino della vita quotidiana.
Il vino si presenta scuro, con intensi richiami di cassis e chiodo di garofano, affiancati da note più sobrie di matrice rustica e boschiva.
Al palato la trama è densa e materica, calda, ampia, incisiva, sostenuta da una rara intensità di gusto, da tannini ben risolti e da una lieve dolcezza finale.
Accomasso è stato un grande interprete del Barolo, ma anche del Dolcetto, che in questa come in altre annate esce dal perimetro del vino quotidiano per accedere a un’idea più alta, più estesa e più nobile di sé.

Dolcetto d’Alba 2021 – Lorenzo Accomasso
Dolcetto d’Alba 2021 – Lorenzo Accomasso

Dolcetto d’Alba 2021 – Accomasso


I like to think of this Dolcetto by Lorenzo Accomasso as a vigorous farewell to those who, over the years, had admired him as a grower, and to those who were fortunate enough to know him in person, as a storyteller of many layers as well. It is the last vintage produced before the estate’s Dolcetto vineyards were uprooted, and for that reason it now takes on an even more symbolic meaning in light of the recent passing of Commendatore Accomasso: if he considered Barbera the wine of happiness, he saw Dolcetto as the wine of everyday life.


This is a dark wine, marked by powerful notes of cassis and clove, with subtler rustic and woodland hints in the background.
Its texture is dense and thick, warm and full-bodied, with remarkable intensity of flavor, well-tamed tannins, and a slight touch of sweetness on the finish.


Lorenzo Accomasso was a great interpreter of Barolo, but also a great interpreter of Dolcetto. In this vintage, as in others, he shows how capable he was of giving Dolcetto a broader, more complete, and more ennobled expression than one usually expects from it.

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