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Consigli per la Sturatura, Degustazioni

Sei vini per l’estate 2026

6 vini per l’estate 2026
Soddisfazione senza spendere un capitale

Una piccola selezione di 6 vini assaggiati da L’Enonauta ad uso degli indecisi, dei curiosi, dei meno esperti, del navigatore occasionale del web alla ricerca di vini particolari da bere in estate.

  • Grignolino d’Asti DOC 2024 – Luigi Spertino
  • Vernaccia di San Gimignano DOCG “Tollena” 2023 – Azienda Agricola Tollena
  • Barbera d’Asti Superiore DOCG “Dame ’n Basin” 2022 – Cascina Rey
  • Toscana Bianco IGT “La Cerretina” 2023 – Pacina
  • Valpolicella Classico Superiore DOC “Casalvegri” 2022 – Ca’ La Bionda
  • Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore DOC 2023 – Andrea Felici

L’estate è già iniziata da un po’, ma questi consigli arrivano con il passo di chi, prima di indicare una bottiglia, preferisce berla. Restano comunque due mesi e mezzo: quasi una stagione intera, almeno secondo il calendario elastico dell’Enonauta.


Non è una raccolta di vini “beverini”. La categoria mi sembra ormai abusata e sostanzialmente inutilizzabile, perché finisce per comprendere anche prodotti discutibili.

Penso al vino estivo non come a qualcosa da trangugiare distrattamente durante un dj set sulla spiaggia. Penso a vini da bere a tavola, capaci di accompagnare la cucina della stagione: primi e secondi di pesce, verdure, carni bianche, preparazioni meno elaborate, ma anche piatti saporiti come il cacciucco o una grigliata consumata quando il caldo della giornata comincia a diminuire.

La facilità e la piacevolezza di beva d’altra parte, non dipendono soltanto dalla gradazione alcolica, dal colore o dalla temperatura di servizio. Possono appartenere anche a vini di buona struttura purché stappati nella giusta situazione. Allo stesso modo, un bianco macerato può risultare più adatto alla cucina estiva di certi bianchi color carta, metallici e irrigiditi da molta acidità e poco gusto.

I sei vini scelti non condividono quindi una tipologia o un peso specifico. Li uniscono la capacità di stare a tavola, un’identità riconoscibile e prezzi non sempre popolari in senso stretto, ma ancora lontani dalle cifre richieste per molte etichette prestigiose e, soprattutto, commisurati alla qualità espressa.


Grignolino d’Asti 2024 – Luigi Spertino

Questo Grignolino ha uno dei più bei colorini della storia dei colorini. Indimenticabile rosa cerasuolo con tendenza al ramato, brillantezza unica (senza esagerazioni).

Da Mombercelli, nell’Astigiano. Un rosso dal colore naturalmente chiaro (in questa selezione gli facciamo fare la parte di un rosato) e aromatico, sottile nella struttura ma dotato del tannino caratteristico del vitigno. Fresco, teso ed elegante, con richiami di piccoli frutti, agrumi, spezie e scorza d’arancia.

Trasversalmente potrà accompagnare salumi, verdure, paste ripiene, carni bianche e secondi non troppo elaborati. Servitelo fresco, ma non freddo.

Vernaccia di San Gimignano DOCG “Tollena” 2023 – Azienda Agricola Tollena

Ho incontrato personalmente Borgo Tollena durante le degustazioni di Vignaioli Contrari. “Scoperta” in senso privato, naturalmente: non rivendico primogeniture enoiche.

Vernaccia in purezza; le vigne aziendali si trovano su terreni prevalentemente argillosi, con presenza di scheletro. Breve macerazione a freddo, sosta sulle fecce.

Vellutata in ingresso, pungente poi. Un manuale della Vernaccia.

Colore giallo intenso, ricca di suggestioni olfattive come il narciso, la mela Opal e i limoni freschi; poi tenuemente speziata e vegetale. Il sorso è molto ricco e gustoso, sostenuto da un’acidità ben distribuita e da una componente sapida cospicua.

Un bianco da destinare all’accompagnamento di primi di pesce e alle carni bianche. Pollo al girarrosto e Vernaccia lo trovo da sempre uno degli abbinamenti più riusciti. Se non avete mai provato, provate!

Barbera d’Asti Superiore 2022 “Dame ’n Basin” – Cascina Rey

Lo scorso anno tornai dal Mercato dei Vini Fivi con un nome da aggiungere alla lista delle cantine preferite: Cascina Rey.

Questa che segnalo è una Barbera vera, fresca, vibrante, assolutamente non sfigurata dal passaggio in legno, che invece di  farla diventare una credenza di mogano ne ha invece definito il sorso e la struttura. Il mio personale consiglio è di stapparla, e berla, durante una grigliata serale con salsiccia e rosticciana. 

Barbera in purezza, con circa due settimane di macerazione e oltre un anno di affinamento in barrique di rovere francese.

Toscana Bianco IGT “La Cerretina” 2023 – Pacina

Trebbiano Toscano e Malvasia del Chianti, fermentati spontaneamente con permanenza sulle bucce e successivo affinamento in legni di diversa natura. È un bianco macerato ricco e salino, sostenuto da acidità viva e da una leggera presa tannica. Ha l’anima fragrante della Malvasia e la struttura del Trebbiano, riunite in un sorso di notevole intensità.

Non è il bianco da aperitivo indistinto, ma un vino da portare a tavola. Con il cacciucco, il pesce azzurro, le zuppe di pesce, la trabaccolara e le preparazioni speziate potrà regalarvi migliori emozioni di quel bianco che ordinate per abitudine da anni. E col Tonno del Chianti (di coniglio o maiale non fa differenza) coi fagioli cannellini? Fate una prova e poi mi direte…

Valpolicella Classico Superiore 2022 “Casalvegri” – Ca’ La Bionda

Nasce da Corvina per il 70%, Corvinone per il 20% e Rondinella e Molinara per il restante 10%. Le uve sono utilizzate fresche e provengono da vigneti collinari situati tra 150 e 300 metri, su terreni argillosi, limosi e calcarei. L’affinamento dura 18 mesi in botti di rovere da 3.000 litri.

Un Valpolicella Superiore senza compiacimenti di morbidezza o concentrazione. Tanto frutto rosso, ribes, spezie e rosa; freschezza, struttura articolata ma non pesante e, soprattutto, una precisione, una misura e una persistenza da prima fascia.

Può accompagnare un secondo di carne non troppo elaborato, il coniglio, la faraona o un piatto di pasta al ragù. Ma lo si può rischiare a mio avviso anche in contesti più “obliqui”.

Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore 2023 – Andrea Felici

Verdicchio in purezza proveniente da vigne di età diversa coltivate sulle alture di Apiro. La fermentazione avviene tra acciaio e cemento; una parte delle uve rimane per pochi giorni a contatto con le bucce. Il vino affina sui propri lieviti e non svolge la fermentazione malolattica, conservando così la naturale tensione acida del vitigno.

Verdicchio asciutto e consistente, caratterizzato da reminiscenze di agrumi, frutto chiaro, erbe secche in estate, sapidità e un finale lievemente ammandorlato. È il bianco estivo più classico della selezione, adatto a fritture, primi alle vongole, pesce alla griglia, verdure e carni bianche. In questo caso anche per un aperitivo.

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Degustazioni

Gli ultimi vini del 2025: Barbaresco Morassino 2021 e Lessona Crose 2021

Gli ultimi vini del 2025: Barbaresco Morassino 2021 e Lessona Crose 2021 | L’Enonauta

Gli ultimi vini del 2025

Barbaresco Morassino 2021 – Cascina Morassino
Lessona Crose 2021 – Colombera & Garella

Prima di dirigerci, ciascuno, verso veglioni, cene in casa e feste danzanti, con alcuni amici enoappassionati ci siamo ritrovati al Magazzino 19 di Pistoia per stappare un paio di bottiglie beneauguranti. Una coppia che mi conferma che tutti i vitigni hanno il loro perché, ma che alcuni hanno più di un perché. Uno di questi è il Nebbiolo, che qui assaggiamo in due declinazioni lontane eppure fedeli, entrambe di qualità ineccepibile.

Un inizio sfortunato: Bramaterra e TCA

Abbiamo provato ad aprire con il Bramaterra di Colombera & Garella che, ahinoi, sapeva di tappo: un’altra vittima del TCA e della nostra fissazione per il sughero. Messo da parte.

Barbaresco Morassino 2021 – Cascina Morassino

Cambiamo allora scaffale e ci dirigiamo verso il Barbaresco Morassino 2021 di Cascina Morassino. Un Barbaresco cicciuto, dal colore più scuro della media, di immediata piacevolezza apprezzata unanimemente.

  • Naso: lampone e arancia navel; sullo sfondo spezie ed erbe aromatiche.
  • Bocca: sorso pieno, appagante, molto lungo e definito.
  • Stile: Nebbiolo luminoso e muscolare, con margine per crescere in complessità.
  • Affinamento: acciaio e botte da 25 hl.

A mio avviso avrà tutto il tempo per sviluppare una complessità più marcata: oggi convince per la sua immediatezza e per la nettezza del frutto, senza rinunciare a struttura e allungo.

Lessona Crose 2021 – Colombera & Garella

Il Lessona Crose 2021 di Colombera & Garella impiega una ventina di minuti per aprirsi nel bicchiere e, alla sua iniziale ritrosia severa, aggiunge un bel ventaglio di profumi filologici.

  • Naso: melograno, rosa, chiodo di garofano; cenni di sottobosco e una nota balsamica.
  • Bocca: dritta e slanciata; asciutta nella forma ma intensa di sapore.
  • Struttura: scheletro robusto, acidità vigorosa e tannini energici mai acerbi. Botte grande e dopo Cemento.

Chiusura

Ottimo brindisi pomeridiano per salutarsi e dirigersi verso i rispettivi impegni serali, già belli carichi.

Enonauta/Degustazione di Vino #485/486 - review - Gli ultimi vini del 2025: Barbaresco Morassino 2021 & Lessona Crose 2021
Enonauta/Degustazione di Vino #485/486 - review - Gli ultimi vini del 2025: Barbaresco Morassino 2021 & Lessona Crose 2021
Enonauta/Degustazione di Vino #485/486 - review - Gli ultimi vini del 2025: Barbaresco Morassino 2021 & Lessona Crose 2021

The Last Wines of 2025

Barbaresco Morassino 2021 – Cascina Morassino
Lessona Crose 2021 – Colombera & Garella

Before heading off—each to our own New Year’s parties, home dinners, and dancing nights—a few wine-loving friends and I met at Magazzino 19 in Pistoia to open a couple of good-luck bottles. A pair that once again reminds me that every grape has its reason to be, but some have more than one. One of them is Nebbiolo, tasted here in two expressions that are far apart yet equally true to the variety—and both impeccably made.

An Unlucky Start: Bramaterra and TCA

We tried to start with Colombera & Garella’s Bramaterra, but unfortunately it was corked: another victim of TCA and our obsession with natural cork. We set it aside.

Barbaresco Morassino 2021 – Cascina Morassino

So we switched shelves and went for Cascina Morassino’s Barbaresco Morassino 2021. A generous, chunky Barbaresco—darker in colour than the average—whose immediate appeal everyone agreed on.

  • Nose: raspberry and navel orange; spices and aromatic herbs in the background.
  • Palate: satisfying, full, very long and clearly defined.
  • Style: a bright, muscular take on Nebbiolo in Barbaresco form, with room to grow in complexity.
  • Ageing: stainless steel and a 25 hl cask.

In my view it has plenty of time to develop a more pronounced complexity. Today it wins on clarity of fruit, structure, and length.

Lessona Crose 2021 – Colombera & Garella

Colombera & Garella’s Lessona Crose 2021 takes about twenty minutes to unfold in the glass, adding to its initially stern reserve a wide range of textbook aromas.

  • Nose: pomegranate, rose, clove; hints of woodland floor and a balsamic note.
  • Palate: straight and streamlined—dry in shape, yet intense in flavour.
  • Structure: a sturdy frame, vigorous acidity, and firm tannins that never come across as green.

Closing Toast

A great afternoon toast before saying goodbye and heading into the evening commitments—already nicely wound up.

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Degustazioni

Nerojbleo 2022 – Gulfi

Nerojbleo 2022 – Gulfi

Vino d’ingresso della nota azienda di Chiaramonte che può ben rappresentare la Sicilia nel mondo del vino di qualità. 

Nero d’Avola coltivato sui Monti Iblei con lunga sosta sulle bucce, 12 mesi tra barrique e tonneau e altri 12 mesi in bottiglia.

Vino di colore scuro.  Il naso è di buona intensità con fragranze di frutto maturo, cassis e amarena principalmente, spezie ed essenze orientali, ma anche l’estratto di pomodoro/umami, che ritroviamo anche al palato, e un ché di carnoso/sanguigno.

Di buon corpo senza strafare, gratificante e tonico. Saldo, quasi morbido, con tutti gli elementi di struttura che agiscono all’unisono ben fusi nella materia. La dominante resta il frutto, ricco e maturo.

Non un vino da aspettare, molto centrato sulla maturità, per quanto io sia testimone “gustativo” di grandi performance sulla distanza da parte dei vini di Gulfi.

Nerojbleo 2022 Gulfi

Nerojbleo 2022 – Gulfi

An entry-level wine from the well-known estate in Chiaramonte Gulfi, and one that can effectively represent Sicily in the world of quality wine. Nero d’Avola grown in the Iblei Mountains, with extended skin contact; it spends 12 months ageing between barriques and tonneaux, followed by another 12 months in bottle.

In the glass it is deeply coloured. The bouquet shows good intensity, centred on ripe fruit—cassis and, above all, sour cherry—along with spices and a hint of oriental essences. In the background there is an umami-like note of tomato extract, which also reappears on the palate, together with a slightly meaty/bloody nuance.

It has good body without overdoing it: satisfying and lively, firm, almost supple, with all structural elements acting in unison and well integrated into the wine’s substance. The dominant note remains the fruit, rich and ripe.

Not a wine to hold back for later: it’s best enjoyed in its current phase, even though Gulfi’s wines have repeatedly proven they can perform superbly over time.

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Mastroberardino Taurasi Historia Naturalis 2009
Degustazioni

Taurasi Historia Naturalis 2009 – Mastroberardino

Proposto due anni e mezzo fa in una degustazione tematica, questo il link, risultò sul momento, se non il migliore, il mio preferito. Dopo questi ulteriori trenta mesi di bottiglia, il Taurasi Historia Naturalis 2009 di Mastroberardino si conferma in tutto quanto di buono avevo già scritto, ma oggi lo fa con un passo diverso, più ampio, quasi sontuoso.

Enonauta/Degustazione di Vino #483 - review - Taurasi Historia Naturalis 2009 - Mastroberardino | Sontuoso Taurasi d'annata

Una Scatola di Taurasi (dal 1997 al 2012)

Ritrovo il colore rubino scuro, profondo e al naso ritrovo il registro balsamico che avevo apprezzato al tempo – eucalipto, canfora, cenni di erbe officinali – come ritrovo le spezie,  ma adesso esce più generoso il frutto. Maturo al punto giusto.

In bocca il vino è sapido e pur mantenendo intatta la sua natura il sorso si è allargato, più morbido e avvolgente. La fruttuosità è più evidente rispetto al passato, riempie il centro bocca senza perdere eleganza, mentre il finale resta lunghissimo, balsamico e agrumato, ma meno severo, più carezzevole.

Nel complesso, un vino che conferma il suo status e mostra una traiettoria evolutiva chiarissima. Da ora in poi, si parla ovviamente sulla scorta di un’esperienza limitata a due bottiglie, credo che per almeno 5 anni ci sarà margine per una evoluzione positiva verso un’ulteriore fusione generale.

Taurasi Historia Naturalis 2009 – Mastroberardino

Presented two and a half years ago in a thematic tasting (here’s the link), it immediately proved to be, if not the best, then my favorite.

After this additional thirty months in bottle, Mastroberardino’s Taurasi Historia Naturalis 2009 confirms everything I’ve already written about, but today it does so with a different, broader, almost sumptuous edge.

I rediscover the deep, dark ruby color, and on the nose I rediscover the balsamic note I’d appreciated back then—eucalyptus, camphor, hints of medicinal herbs—as well as the spices, but now the fruit is more generous. Perfectly ripe.

On the palate, the wine is savory, and while maintaining its character intact, the palate has broadened, softer, and more enveloping. The fruitiness is more evident than in the past, filling the mid-palate without losing elegance, while the finish remains very long, balsamic and citrusy, but less severe, more caressing.

Overall, a wine that confirms its status and shows a very clear evolutionary trajectory. From now on, obviously based on an experience limited to two bottles, I believe that for at least five years there will be room for positive evolution towards further overall fusion.

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Degustazioni, Eventi

Raccontare il Mercato Fivi attraverso i suoi vini

Il Mercato dei Vini Fivi e il vigneto italiano

Venerdì 28 novembre – Magazzino 19 – Pistoia. A cura di enonauta.it e happywine.it

Se è vero che il vigneto italiano è tra i più vari al mondo per numero di varietà autoctone, rare, riscoperte, antiche, semiabbandonate, quasi estinte, allora il Mercato dei Vini Fivi è, tra le manifestazioni dedicate al vino italiano, la testimonianza più nitida e concreta di questa ricchezza.

Tra le proposte dei banchi, accanto alle varietà più famose e affermate, abbondano quelle meno note, con un pubblico per lo più locale e una lunga storia di abbinamenti felici con la cucina popolare, ma che raramente arrivano fuori regione. È proprio lì, in quelle etichette che non abbiamo mai incrociato, che il vigneto italiano svela la sua parte meno raccontata. Qualche approfondimento qui.

Una serata alla cieca per raccontare il Mercato Fivi 2026

Al Mercato Fivi 2026 io e Riccardo Viganò ci siamo dati un proposito semplice: non bere per affezione o per abitudine, e fermarci solo dove non ci eravamo mai seduti prima. Ne siamo tornati con un bel numero di vini mai incontrati, quelli con cui abbiamo deciso di costruire una serata che ci è sembrata il modo più fedele di raccontare l’essenza del Mercato dei Vini Fivi: più che l’ennesimo resoconto sulle bevute, sull’afflusso di pubblico e sull’inevitabile prezzo esoso dei panini dei food truck.

Sul tavolo, rigorosamente alla cieca, c’erano otto vini. Più un nono, un Sangiovese del Casale di Certaldo aperto prima di cominciare, mentre si preparavano la sala e i bicchieri. Niente etichette, solo numeri, colori nel bicchiere, profumi e qualche supposizione detta a mezza voce.

La prima coppia di bianchi divide subito i presenti. Da una parte il Derthona di Canevaro, Timorasso non macerato, tecnico, classico nello stile: un promemoria liquido del fatto che questo vitigno non è soltanto “macerazione estrema”. Dall’altra l’Anisos di Eugenio Rosi, macerato di grande eleganza e sapidità, che lavora più sui piani della profondità e della tessitura che su quelli della “pulizia” scolastica. La scelta di accostarli non era casuale: era un modo per mettere in scena, fin dall’inizio, due strade possibili dell’interpretazione contemporanea di un bianco italiano.

La seconda coppia, Groppello di Revò e Le Rêve di Betemps, crea un disorientamento ancora più netto. Qui manca quasi del tutto un repertorio condiviso a cui appoggiarsi: non ci sono ricordi di annate precedenti, non ci sono tipologie “sicure” in cui incasellare i calici. Si brancola un po’ nel buio, ed è forse il punto più interessante della serata. Invito tutti a fidarsi delle proprie sensazioni, a non cercare per forza una categoria rassicurante… e poi sbaglio io per primo, scambiando il Groppello per un Dolcetto. È anche in questi inciampi che si misura quanto poco, a volte, conosciamo davvero il vigneto che diciamo di conoscere.

Con la terza coppia, Nebbiolo e Grignolino, rientriamo in un territorio più familiare. L’Albugnano “Parlapà” e il Grignolino d’Asti di Cascina Rey ci riportano alla sicurezza di ciò che riconosciamo: profilo elegante, rigore, freschezza ben disegnata. Il Grignolino aggiunge quel pizzico di severità tannica che mette d’accordo quasi tutti sul fatto che, sì, qui siamo tornati “a casa”, in una grammatica che il palato si ricorda bene.

Chiudono la fila il Cabernet Franc di Ivaldo Orzan e l’Ovada di Cantina Bisceto, che ci portano dentro il grande mare del vino popolare, nel senso più nobile del termine. Sono vini che parlano la lingua del quotidiano: quella della tavola apparecchiata, dei bicchieri che si riempiono senza troppi complimenti, della bevibilità che non rinuncia a dire qualcosa ma non pretende di farlo con voce impostata. Dopo i cortocircuiti, i dubbi, le ipotesi azzardate delle coppie precedenti, è come atterrare in un’osteria amica.

Di ognuno di questi vini restano, in appendice, appunti più ordinati: non per fare una graduatoria, ma per fissare qualche dettaglio in più su questi otto (più uno) possibili ambasciatori del Mercato Fivi.

Appendice – Otto vini per raccontare il Mercato Fivi 2026 (senza podio)

Non si tratta di una classifica ma di un taccuino di assaggi: brevi appunti per dire perché questi vini, quella sera, ci sono sembrati giusti per raccontare il Mercato Fivi.
Sono otto, ma avrebbero potuto essere molti altri: la scelta non è stata quella di un vincitore, ma di qualche buon ambasciatore possibile di ciò che si può incontrare al Mercato dei Vini Fivi e di come questo si racconta nel bicchiere.

Fuori dalla cieca, ma non dalla fotografia del territorio, resta anche un Sangiovese dell’Azienda il Casale di Certaldo (FI), aperto per accompagnare i preparativi della serata: vino e azienda emblematici di cosa significhi rappresentare il proprio territorio.

Derthona “Cà degli Olmi” 2021 – Canevaro
Timorasso non macerato, in stile molto classico, per ricordare che il Timorasso non è solo “macerazione estrema”. Apprezzato da tutti i presenti.

Anisos 2022 – Eugenio Rosi
Unica vecchia conoscenza che ho portato in degustazione per farla assaggiare agli amici e condividere il mio entusiasmo. Pinot Bianco e Nosiola con macerazione: eleganza ed espressività spinte al massimo grado.

Groppello di Revò Selezione 2023 – Az. Agr. El Zeremia
Groppello, vitigno della Val di Non che il produttore propone con convinzione insieme al Maor. Io, personalmente, l’ho scambiato per un Dolcetto: vino di carattere.

Ovada 2022 – Cantina Bisceto
Giovane cantina di Carpeneto (AL) che propone un’interpretazione vigorosa e identitaria del classico vitigno quotidiano del Piemonte.

Grignolino d’Asti 2023 – Cascina Rey
Mentre assaggiavo i vini di Cascina Rey per la prima volta ho pensato: “e perché non li ho mai assaggiati prima?”. Grignolino e Barbera di sicuro passo, in versione base e superiore.

Albugnano 2021 “Parlapà” – Mario Mosso
In questo caso il vitigno è forse il più rinomato tra quelli del vigneto italiano, ma la denominazione è tra le meno note: circa 40 ettari alla fine della provincia di Asti in direzione Torino. Rapporto qualità-prezzo molto interessante.

Cabernet Franc 2023 – Ivaldo Orzan
Da Capriva del Friuli, per rivendicare la sua identità friulana: un vino verticale, profumato e autentico, che parla la lingua della terra sassosa da cui proviene.

Le Rêve 2023 – Betemps
Fumin e Gameret in parti uguali, affinato in barrique: il risultato è un rosso fresco, schietto, montano, che mette in campo anche un po’ di “ciccia”.

Una nota sui prezzi (con un sorriso amaro) – Mercato fivi 2026

E, per dovere di cronaca (e un filo di ironia), se proprio un vincitore lo vogliamo indicare è il capitolo “prezzi”: lui sì che continua a crescere con costanza, tra ingressi, panini e bottiglie. Per fortuna, almeno nel bicchiere, la qualità sembra ancora tenere il passo.

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Barbaresco Starderi 2018 – Renato Fenocchio

Barbaresco Starderi 2018 – Renato Fenocchio

La 2018 sembra sempre di più un’annata che sta svelando, bicchiere alla mano, la sua natura di millesimo “a tempo determinato”. Ne ho avuto la riprova lampante mettendo a confronto due cru della stessa mano, quella artigiana, concreta e sempre ammirevole di Renato Fenocchio, trovandomi di fronte a due velocità evolutive completamente diverse.

Se il Rombone 2018, stappato la settimana scorsa, mi aveva lasciato addosso una certa malinconia, certo ancora godibile ma segnato da terziarizzazioni già dominanti e da un principio di stanchezza ossidativa, lo Starderi gioca decisamente un altro campionato, dimostrando una quadratura che al fratello mancava e regalando una fotografia nitida di cosa significhi “beva” nel senso più nobile del termine.

Nel calice i colori differiscono ma non di molto. Un po’ più concentrato Rombone, più brillante Starderi. Ma già al naso quest’ultimo rivela una freschezza incomparabile con il fratello, che già all’olfatto si presentava seduto su sentori molto maturi. Starderi ci pare invece all’apice della sua parabola, in equilibrio perfetto tra eleganza ed espressività. Tutto è al posto giusto, al naso e in bocca: il frutto è integro, non ancora cedevole, sorretto da una spina acida vibrante che dà ritmo al sorso e con le note balsamiche del nebbiolo che ancora sussurrano «bevi, bevi, bevi…». I tannini compostissimi, levigati, perfettamente fusi nella materia. È un vino risolto, vibrante, che ti riconcilia con l’annata difficile e che spicca, nel mio personale cartellino, come una delle migliori bevute dell’anno. Uno stato di grazia di cui, a chi avesse giusto una bottiglia da parte, consiglierei di godere hic et nunc, senza la tentazione di sperare in una ulteriore evoluzione, visto l’andamento del millesimo.

Barbaresco Starderi 2018 – Renato Fenocchio

The 2018 increasingly seems, glass in hand, like a vintage on a “fixed-term contract”. I had a striking confirmation of this by comparing two crus from the same hand – the artisanal, down-to-earth and always admirable one of Renato Fenocchio – and finding myself faced with two completely different evolutionary speeds.

If the Rombone 2018, opened last week, had left me with a lingering sense of melancholy – still enjoyable, of course, but marked by tertiary aromas already in the foreground and the first signs of oxidative fatigue – the Starderi is playing in a completely different league. It shows a balance the “sibling” lacked and offers a sharp snapshot of what drinkability means in the noblest sense of the word.

In the glass, the colours differ, but not by much: Rombone is a touch more concentrated, Starderi more luminous. It’s on the nose that the gap really opens up. Starderi shows a freshness that simply doesn’t compare with its brother, which was already resting on very mature notes. Starderi, instead, seems to be at the apex of its curve, in perfect balance between elegance and expressiveness.

Everything is in its place, both on the nose and on the palate: the fruit is intact, not yet giving way, supported by a vibrant acidic backbone that sets the pace of the sip, with nebbiolo’s balsamic notes still whispering “drink, drink, drink…”. The tannins are deeply composed and polished, perfectly integrated into the body of the wine. It’s a resolved, vibrant wine that reconciles you with this tricky vintage and stands out, on my personal scorecard, as one of the best bottles of the year.

A moment of grace which, for anyone who happens to have a bottle laid down, I’d suggest enjoying hic et nunc, without the temptation to hope for further evolution, given how this vintage is behaving.

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Degustazioni

Valle dei Lunghi 2023 – Alberto Oggero

Valle dei Lunghi 2023 – Alberto Oggero

Arneis con macerazione di 10 giorni a cappello sommerso in cemento, da vigne ottantenni su sabbie miste ad argille tipiche del Roero. L’autore è Alberto Oggero, di Santo Stefano Roero, che con questo vino dimostra quanto si possa estendere la resa espressiva del vitigno Arneis, restituendocene una versione più strutturata e sostanziosa rispetto alle tradizionali interpretazioni profumate e sottili. Dell’azienda ho scritto più diffusamente in questo articolo, a cui rimando: viaggio nel buon Piemonte del vino – focus su Alberto Oggero .

Il colore tende al dorato e i profumi rimandano alla frutta tropicale, con il mango in primo piano, alla mela Opal e al miele di acacia. In bocca è un vino avvolgente, quasi opulento, più sapido che acido, con un tannino quanto basta a farne un vino dalla vocazione gastronomica molto ampia. Io lo vedo particolarmente bene con il coniglio in umido, in un abbinamento dalla dinamica gustativa crescente e duratura.

Buono nel senso proprio del buon gusto. Probabilmente poco adatto agli amanti dei bianchi “tecnici”.


Valle dei Lunghi 2023 – Alberto Oggero – Tasting note in English

Arneis with 10 days of skin contact under submerged cap in concrete, from 80-year-old vines rooted in the sandy, clay-rich soils typical of the Roero. The wine is made by Alberto Oggero in Santo Stefano Roero, and with this bottling he shows how far you can stretch the expressive range of Arneis, offering a more structured and substantial version compared to the traditionally fragrant, delicate interpretations. I wrote about the estate in more detail in this (Italian) article: a journey through Piedmont’s good wines – focus on Alberto Oggero .

The colour leans towards deep straw with golden reflections, and the nose recalls tropical fruit – mango above all – Opal apple and acacia honey. On the palate it is broad and enveloping, almost opulent, more savoury than acidic, with just enough tannin to make it a very versatile food wine. I would strongly recommend it with rabbit stew, where the pairing creates a flavour progression that builds and lingers.

Good in the most literal sense of “good taste”. Definitely not for lovers of strictly technical white wines.

Enonauta/Degustazione di Vino #481 - review - Valle dei Lunghi 2023 - Alberto Oggero | bianco sapido, opulento e dalla grande vocazione gastronomica

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Vino

Dolcetto d’Alba “Tiglineri” 2021 – Enzo Boglietti

Dolcetto d’Alba “Tiglineri” 2021 – Enzo Boglietti

Azienda di  La Morra con vigneti in diversi comuni delle Langhe. Per questo Dolcetto l’uva proviene da La Morra, Monforte e Sinio; affinamento ripartito e in successione tra rovere, acciaio e cemento (6, 3 e 3 mesi).

Dolcetto tanto difficile da coltivare e vinificare quanto entusiasmante nei suoi esiti più felici e ambiziosi in cui, come in questo caso, si cerca di declinare il popolare vitigno piemontese in chiave decisamente più raffinata. Qui si privilegia la finezza rispetto all’immediatezza: si sacrifica un po’ di prontezza per guadagnare definizione e struttura.

Colore scuro, davvero scuro.

Sentori di mora e pepe in primo piano, più altri ricordi di resina di cipresso e foglia di eucalipto meno marcati.

Vino di struttura che, come premesso, ha uno sviluppo gustativo discreto. Bocca asciutta e strutturata, dalla muscolatura definita: frutto maturo e spezie in primo piano; tannino energico ma ben rifinito; buon equilibrio complessivo e finale persistente.

Dolcetto d'Alba Tiglineri Boglietti
Dolcetto d'Alba Tiglineri Boglietti

Dolcetto d’Alba “Tiglineri” 2021 – Enzo Boglietti

La Morra–based estate with vineyards across the Langhe. For this Dolcetto, fruit comes from La Morra, Monforte and Sinio; maturation split between oak, stainless steel and concrete (6, 3 and 3 months).

Dolcetto is anything but easy in the vineyard or the cellar, yet in its more ambitious renditions it can truly excite. The aim here is refinement over simple immediacy: some upfront readiness is traded for greater definition and structure.

Deep, almost opaque ruby-purple.

Blackberry and black pepper lead, with balsamic hints of cypress resin and eucalyptus leaf.

Dry and firmly built on the palate: ripe fruit and spice to the fore; energetic yet civilised tannins; good overall balance and a persistent finish.

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pinot nero garlider 2021
Degustazioni

Blauburgunder 2021 – Garlider

Blauburgunder 2021 – Garlider


Un vino inizialmente ostico che ricorda il valore dell’attesa.

La commessa dell’enoteca di Bolzano dove l’ho comprato la scorsa estate era stata onesta: mi aveva spiegato lo stile del produttore e mi aveva avvertito che, per un consumatore frettoloso, quel vino poteva risultare difficile. Non aveva torto.

Al primo impatto è davvero un vino di non immediata collocazione.
Viene da Velturno, in Valle Isarco: agricoltura biologica, vigne a 600/700 metri s.l.m., affinamento in botti di acacia e rovere.

Il colore è il classico rosso chiaro. Al naso, appena porti il bicchiere alla bocca, arrivano sensazioni un po’ spiazzanti: speck affumicato, formaggio di fossa, una soffitta abitata dai piccioni. Più che al “consumatore frettoloso” penserei a chi vuole berlo subito: è lui che rischia di restare perplesso. E allora cosa fare? Riportarlo in enoteca (impossibile, se l’hai comprato a 450 km da casa)? Buttarlo nel lavandino? Imprecare?

L’esperienza insegna che in questi casi, se si ha la fortuna di avere altre bottiglie, la cosa migliore è rimetterlo via e tornarci il giorno dopo, senza farsi troppe idee e senza aspettative rigide. In alternativa si può usare il decanter – o anche una caraffa d’acqua – così da dare finalmente un senso a quell’oggetto rimasto a prendere polvere per anni. Io preferisco lasciare che sia il tempo a fare il suo.

Non succede sempre, ma qui l’arieggiamento ha funzionato benissimo. Dopo due giorni dall’apertura il vino aveva smaltito quello che con tutta probabilità era un fenomeno di riduzione, probabilmente accentuato anche dal tappo in vetro (comunque benvenuto).

Al terzo giorno, come un Dr. Jekyll enoico, completa la transizione: dalla soffitta coi piccioni al bosco. Perché è il bosco la suggestione principale di questo Pinot Nero: le fragoline e gli altri piccoli frutti rossi, il terroso del muschio, un tratto amaricante e, in chiusura, un tocco balsamico.

In bocca mostra una buona forza espressiva: acidità ben marcata, tannino pungente, persistenza discreta. È lineare, non complicato, ma sincero e godibile.

pinot nero garlider 2021
pinot nero garlider 2021

Blauburgunder 2021 – Garlider

A wine that’s tricky at first and reminds you why waiting matters.

The shop assistant at the wine store in Bolzano where I bought it last summer was perfectly honest: she explained the producer’s stylistic approach and warned me that, for an impatient drinker, this bottle could come across as “difficult.” She was right.

At first sip it’s a wine that’s hard to pin down.
It’s made in Velturno, in the Eisack Valley: organic approach, vineyards at 600–700 meters above sea level, ageing in acacia and oak barrels.

The colour is the classic pale red. Bring the glass to your nose and the first aromas are slightly disorienting: smoked speck, cave-aged cheese, an attic with pigeons. It’s not really the impatient drinker but rather the one who wants to finish the bottle right away who might be puzzled.
So what to do? Take it back to the shop (impossible if you bought it 450 km from home)? Pour it down the sink? Curse at it?

Experience suggests that in such cases, if you’re lucky enough to have another bottle on hand, the best thing is to set it aside and revisit it the next day, without overthinking and without rigid expectations. Alternatively, use a decanter – or even a water carafe – and finally give meaning to that mysterious object that’s been gathering dust for years. Personally, I prefer to let time do the work.

It doesn’t always happen, but this time aeration worked beautifully. Two days after opening, the wine had shed what seemed to be an initial reduction, probably encouraged by the glass closure’s airtight seal. Nothing serious: a transitory phase that actually helped preserve the wine’s livelier side.

– It’s worth remembering that what we call “reduction” is not a flaw as such, but a temporary phase of closure that can occur when a minimally handled wine spends too long in an oxygen-poor environment. Airtight technical closures – such as glass stoppers or certain screwcaps – tend to slow down evolution and protect the wine’s integrity, yet can also enhance its initial reticence. All it needs is a little time (and a little air) to open up and reveal its deeper, livelier self. In that sense, reduction becomes an invitation to wait – a test of attention. –

By the third day, like an oenological Dr. Jekyll, it completes its transformation: from the attic with pigeons to the forest. Because the forest is indeed the key suggestion of this Pinot Noir – wild strawberries and other red berries, the earthy scent of moss, a touch of bitterness, and a hint of balsamic lift at the finish.

On the palate it shows good expressive drive: bright acidity, slightly prickly tannins, decent length. It’s straightforward rather than complex, but honest and enjoyable.

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Gite in Cantina, Luoghi del Vino

Sebastian Praxmarer – viticoltore in Mazzon (BZ)

Sebastian Praxmarer – viticoltore in Mazzon (BZ)

Con un po’ di ritardo — ma meglio tardi che mai — vorrei raccontare della mia visita lampo all’azienda di Sebastian Praxmarer, vignaiolo a Mazzon, in Sud Tirolo: uno dei luoghi d’elezione per il Pinot Nero in Italia.

Una visita nata quasi per caso, fissata al volo al rientro da una vacanza in Val Gardena con la famiglia. Seduti al Biergarten di Santa Maddalena, mi erano tornati alla mente alcuni rumours letti in rete. Ho così deciso di chiamare per chiedere se fosse possibile passare in azienda, con l’intento di verificare di persona la fondatezza di quelle voci.

La disponibilità del signor Sebastian, di fronte a una telefonata dell’ultimo minuto, è stata disarmante per gentilezza e concretezza.

La tenuta si raggiunge percorrendo una delle strade che da Egna salgono verso il Parco del Monte Corno: un tracciato che, nell’ultimo tratto, si snoda tra le vigne di Mazzon, adagiate su suoli di argilla rossa e calcare, e sembra terminare proprio davanti al cancello della Tenuta Praxmarer.

Mazzon è un luogo unico: vigne aeree sospese tra la roccia e lo strapiombo, con una vista mozzafiato sulla valle dell’Adige. Da più di un secolo rappresenta un punto di riferimento assoluto per chi cerca distinzione e profondità nel Pinot Nero italiano. La famiglia Praxmarer custodisce questa eredità da generazioni, discendendo direttamente dai fondatori delle antiche tenute locali.

La cantina è uno scrigno: una piccola bottaia ordinata, sobria e affascinante, affiancata dallo spazio per i macchinari, all’interno di un edificio in stile tipicamente austro-ungarico. Quella che doveva essere una visita per semplici acquisti si trasforma, grazie alla cortesia di Sebastian — avvocato prima, oggi avvocato-vignaiolo — in una breve ma intensa degustazione all’aperto, nella corte da cui si ammirano i celebri vigneti di Mazzon.

Il Pinot Nero 2022 lascia una bella impressione: un vino che non cerca l’effetto, ma la verità del luogo. Da un acquisto “a scatola chiusa” siamo così passati a un acquisto a ragion veduta.

Un approfondimento più tecnico sul vino arriverà in un’altra occasione, ma intanto resta la sensazione di un incontro autentico — con una persona e con un territorio che parlano la stessa lingua di sobrietà, misura e sincerità.


Sebastian Praxmarer – Winemaker in Mazzon (South Tyrol)

A little late — but better late than never — I’d like to tell you about my brief visit to Sebastian Praxmarer’s estate in Mazzon, South Tyrol: one of the most renowned sites for Pinot Noir in Italy.

The visit happened almost by chance, arranged on the spur of the moment while returning from a family holiday in Val Gardena. Sitting at a Biergarten in Santa Maddalena, I recalled a few rumours I’d come across online. I decided to call and ask whether it might be possible to stop by and buy a few bottles — to see for myself whether those rumours held any truth.

Sebastian’s response to that last-minute call was disarmingly kind and straightforward.

You reach the estate by following one of the roads climbing from Egna towards the Monte Corno Natural Park. The last stretch winds through the vineyards of Mazzon, rooted in red clay and limestone soils, and seems to end right at the gate of Tenuta Praxmarer.

Mazzon is a unique place: vineyards suspended between rock and precipice, overlooking the Adige Valley in a breathtaking view. For over a century, it has been a benchmark for those seeking distinction and depth in Italian Pinot Noir. The Praxmarer family carries this heritage forward, descending directly from the founders of the region’s earliest estates.

The cellar itself is a small jewel — an orderly, sober, and quietly beautiful barrel room, with space for equipment housed within a building of distinctly Austro-Hungarian style. What was meant to be a quick visit for a few purchases turned, thanks to Sebastian’s generosity — lawyer first, now lawyer-winemaker — into an impromptu tasting in the courtyard, with the famous Mazzon vineyards in full view.

The 2022 Pinot Noir left a strong impression: not a wine chasing effect, but one pursuing the truth of its place.

What began as a blind purchase became a choice made with conviction — and the memory of an encounter that spoke, above all, the language of authenticity and restraint.

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