Degustazioni, Eventi

Sicilia / altri orizzonti

Una degustazione dedicata alla vastità del mondo del vino siciliano

Per raccontare la Sicilia del vino in una singola serata di degustazione sarebbe necessario proporre quaranta bottiglie come minimo e organizzare una maratona a eliminazione che contravverrebbe a tutte le convenzioni sul bere responsabile e prevederebbe perlomeno un servizio taxi per riaccompagnare a casa i presenti.

La Sicilia, del resto, ha una vocazione antica e strutturata, un patrimonio vasto di vitigni autoctoni affiancato da una produzione altrettanto ampia legata alla coltivazione dei vitigni internazionali. Una varietà non comune di territori e microclimi, altimetrie variabili e diversità di stili. La Sicilia è praticamente un continente a sé stante.

Per questa occasione abbiamo tolto l’Etna, perché le occasioni di bere i suoi vini si moltiplicano sulla scorta della fascinazione esercitata da una narrazione sovrabbondante, non esente da zone oscure.

Abbiamo invece portato in tavola tre interpreti di consolidata fama, più un garagista che tenta declinazioni più ambiziose e internazionali del Frappato e di un bianco a base Grillo e Viognier.

Qualità espressa complessivamente buona, vini saldi, ben declinati. Qualcuno potrebbe essere rimasto sorpreso dalla gradazione alcolica: in nessun caso oltre i 13,5% vol.

Mercoledì 30 settembre, alle 21:00, al Magazzino Vino & Vino di Pistoia, una degustazione dedicata alla vastità del vino siciliano.

Feudo Montoni — Catarratto del Masso Sicilia DOC 2024

100% Catarratto. Vigna del Masso, Cammarata (AG), circa 700 m s.l.m., esposizione a levante, suoli sabbiosi; vigne di circa 55 anni allevate ad alberello. Vinificazione in bianco in riduzione di ossigeno, con macerazione pellicolare a freddo e fermentazione a temperatura controllata. Affinamento sur lies per 4 mesi. 13% vol.

Nota di degustazione

Sostanza e fragranza.

Non mancano i profumi: cedro, narciso e una vena vegetale fresca, quasi autunnale, che richiama l’umidità ombrosa di un sentiero di forra.

Non manca il sapore in questo Catarratto, che ha materia, giusto calore alcolico, una freschezza innervata e un’ammirevole precisione.

Feudo Montoni — Nero d’Avola Lagnusa 2022

100% Nero d’Avola. Vigna Lagnusa, Cammarata, circa 600 m s.l.m., esposizione a levante, terreni argilloso-sabbiosi; alberello e Guyot. Fermentazione e malolattica in cemento. Affinamento per 20 mesi in cemento, 4 mesi in botte e 4 mesi in bottiglia. 13,5% vol.

Nota di degustazione

Ottimo Nero d’Avola, saldo, sicuro, più ossuto rispetto a tanti suoi simili, con fragranze di scorza d’arancia, prugna, richiami di pomodoro secco e qualcosa di speziato e balsamico.

Il sorso si sviluppa intorno a un asse sapido/tannica e risulta deciso e lungo in fase retrolfattiva, ben definito.

Gulfi — Carjcanti 2021

100% Carricante. Vigna Campo, contrada Passo Guastella, Chiaramonte Gulfi, 420 m s.l.m., terreno calcareo-argilloso; conduzione biologica, vigneto non irrigato. Pressatura diretta dei grappoli interi, fermentazione in acciaio e botti da 500 e 2.500 litri; almeno un anno sui lieviti tra legno e acciaio, quindi alcuni mesi in bottiglia. 13% vol.

Nota di degustazione

Lascia il segno. Prima per il suo colore chiaro, poi per la ricchezza articolata del bouquet, con in primo piano evidenti richiami agrumati e di nespola e, a seguire, un bel carnevale di reminiscenze: orzo, fiore di cappero, mela selvatica e qualcosa di petroso.

Alla fine per la sua progressione in bocca, dove entra quasi flessuoso grazie alla sua fine matericità, per poi piazzare un allungo acido-sapido emozionante.

Gulfi — Nerojbleo 2022

100% Nero d’Avola. Uve provenienti da vigne di Chiaramonte Gulfi e Ragoleti, allevate ad alberello portato su spalliera. Vendemmia a fine settembre, vinificazione in rosso con macerazione prolungata sulle bucce; maturazione per almeno 12 mesi in barrique e tonneaux di rovere francese da 225 e 500 litri, quindi almeno un anno in bottiglia. 13,5% vol.

Nota di degustazione

Un classico di Gulfi. Nero d’Avola sempre maturo al giusto punto e dal bel colore rubino scuro.

Non mancano elementi di netta riconoscibilità olfattiva di un Nero d’Avola non evoluto, ma portato a una maturità piena e consapevole: frutto scuro maturo, spezia, una vena balsamica e mediterranea, ma anche oliva al forno, senza derive surmature. Elementi che me lo rendono apprezzabile anche oltre il dato strettamente gustativo.

Sorso davvero ricco, stratificato eppure fluente, con tannini di grana fine.

Carmelo Cappello — Julie 2024

Microvinificazione a base di Grillo e Viognier, in percentuali variabili. Fermentazione con lieviti indigeni; affinamento in piccoli fusti di rovere francese, senza filtrazione. Produzione nell’ordine delle 300 bottiglie. Per il 2024 il produttore indica un élevage più importante rispetto alle annate precedenti. Circa 13% vol.

Nota di degustazione

Julie 2024

Lo abbiamo degustato a fine serata, all’uso francese. Un bianco volutamente intenso e di spessore, nel quale, a mio avviso, si perde in parte la leggibilità dell’origine e ci si sposta verso un registro sensoriale più elaborato.

Zafferano, sandalo e pesca al naso; al palato molto volume e una materia importante. Il passaggio in legno è evidente e tende a prendere il sopravvento, lasciando in secondo piano tanto il profilo varietale quanto la riconoscibilità territoriale.

Emily 2022

Per me interlocutorio. L’idea di portare il Frappato verso un registro più ambizioso e strutturato è interessante, ma in questo caso il risultato mi è parso meno convincente dell’intenzione.

Il vino mostra una certa imprecisione espressiva, una marcatura decisa del legno e una riconoscibilità varietale ridotta. Resta però un giudizio personale: non è mancato chi ha apprezzato proprio questa sua “asimmetria”, leggendo nella distanza dallo stile consueto del Frappato il tratto che lo rende singolare.

Carmelo Cappello — Emily 2022

Frappato. È la lettura di Cappello destinata a un affinamento insolitamente lungo rispetto agli stilemi più immediati del vitigno. Le annate precedenti documentate mostrano lunghi élevage in rovere francese seguiti da prolungato affinamento in bottiglia; non disponendo di una scheda tecnica analitica specifica per la 2022, evitiamo di attribuirle tempi precisi non verificati.

Nota di degustazione

Emily 2022

Per me interlocutorio. L’idea di portare il Frappato verso un registro più ambizioso e strutturato è interessante, ma in questo caso il risultato mi è parso meno convincente dell’intenzione.

Il vino mostra una certa imprecisione espressiva, una marcatura decisa del legno e una riconoscibilità varietale ridotta. Resta però un giudizio personale: non è mancato chi ha apprezzato proprio questa sua “asimmetria”, leggendo nella distanza dallo stile consueto del Frappato una sua unicità.

Arianna Occhipinti — SP68 Bianco 2025

Moscato d’Alessandria 60%, Albanello 40%. Vittoria, circa 280 m s.l.m., sabbie subappenniniche di natura calcarea; agricoltura biodinamica e certificazione biologica. Fermentazione con lieviti indigeni e 15 giorni di macerazione sulle bucce; 6 mesi in cemento e 1 mese in bottiglia, senza filtrazione. 10,5% vol.

Nota di degustazione

Secco, diafano, con un tenore alcolico insolitamente contenuto e un vasto e inedito corredo aromatico, aromatico anche letteralmente, che mette insieme fiori di acacia, pesca bianca, piante aromatiche e un vago ricordo salmastro.

Un insieme che incuriosisce, cui però non corrisponde un eguale entusiasmo al momento dell’assaggio. Vino un poco scarno, dal gusto non prolungato, sebbene inneschi comunque pensieri sulla sua eventuale collocazione. Lo riproverei.

Arianna Occhipinti — SP68 Rosso 2025

Frappato 70%, Nero d’Avola 30%. Vittoria, circa 280 m s.l.m., sabbie subappenniniche calcaree; agricoltura biodinamica e biologica. Fermentazione con lieviti indigeni, 15 giorni di macerazione sulle bucce; 6 mesi in vasche di cemento e 1 mese in bottiglia, nessuna filtrazione. 12% vol.

Nota di degustazione

C’è voluto del tempo e c’è voluta della pazienza per attendere che il vino nel calice si liberasse di un deciso “puzzo” di cavolo e si riordinasse al punto da poter essere accostato al naso.

Alla fine ha trovato una sua forma e una sua identità. Rosso brillante, scarico, con ricordi di fragolina di bosco, arancia Navel, bitter e spezie piccanti.

Il sorso è lineare, con equilibrio spiccato e piacevolezza di beva; agile, con un finale tutto sul frutto fresco.

Enonauta/Degustazione di Vino #514/521 - review - Sicilia / altri orizzonti | Serata sul vino siciliano
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Sicily — Other Horizons

To tell the story of Sicilian wine in a single tasting evening, we would probably need to pour at least forty bottles and organize an elimination marathon that would violate every convention of responsible drinking and require, at the very least, a taxi service to take everyone home.

Sicily, after all, has an ancient and deeply rooted wine culture, a vast heritage of native grape varieties alongside an equally extensive production based on international grapes. An uncommon variety of territories and microclimates, changing altitudes and very different stylistic approaches. Sicily is practically a continent in its own right.

For this occasion, we left Etna out, because opportunities to drink wines from Etna have multiplied in the wake of the fascination generated by an abundant narrative that is not entirely free of grey areas.

Instead, we brought to the table three well-established producers, plus a garagiste attempting more ambitious and internationally inflected interpretations of Frappato and of a white blend based on Grillo and Viognier.

Overall quality was good: solid, well-shaped wines. Some may have been surprised by the alcohol levels, which in no case exceeded 13.5% abv.

On Wednesday, September 30, at 9:00 pm, at Magazzino Vino & Vino in Pistoia, we held a tasting devoted to the breadth of Sicilian wine.

Feudo Montoni — Catarratto del Masso Sicilia DOC 2024

100% Catarratto. Vigna del Masso, Cammarata (AG), around 700 metres above sea level, east-facing, sandy soils; approximately 55-year-old bush-trained vines. White vinification under reductive conditions, with cold skin maceration and temperature-controlled fermentation. Four months sur lie. 13% abv.

Tasting note

Substance and fragrance.

There is no shortage of aroma: citron, narcissus and a fresh, almost autumnal vegetal note, recalling the damp shade of a path running through a ravine.

Nor is there any shortage of flavour in this Catarratto, which has substance, well-judged alcoholic warmth, a taut freshness and admirable precision.

Feudo Montoni — Nero d’Avola Lagnusa 2022

100% Nero d’Avola. Vigna Lagnusa, Cammarata, around 600 metres above sea level, east-facing, clay-sandy soils; bush-trained and Guyot-trained vines. Fermentation and malolactic fermentation in cement. Aged for 20 months in cement, 4 months in large oak and 4 months in bottle. 13.5% abv.

Tasting note

An excellent Nero d’Avola: firm, assured, leaner and more angular than many of its peers, with notes of orange peel, plum, savoury umami-like nuances and something spicy and balsamic.

The palate develops around a savoury-tannic axis and comes across as decisive and long on the retro-olfactory finish, with very clear definition.

Gulfi — Carjcanti 2021

100% Carricante. Vigna Campo, Passo Guastella district, Chiaramonte Gulfi, 420 metres above sea level, limestone-clay soils; organically farmed, unirrigated vineyard. Whole-bunch direct pressing, fermentation in stainless steel and in 500- and 2,500-litre casks; at least one year on the lees between wood and steel, followed by several months in bottle. 13% abv.

Tasting note

It leaves an impression.

First for its pale colour, then for the layered richness of its bouquet, with clear citrus and medlar notes in the foreground, followed by a lively carnival of reminiscences: barley, caper flower, wild apple and something stony.

Finally, for its progression on the palate, entering almost sinuously thanks to its fine texture, before stretching out into an exciting acid-savoury finish.

Gulfi — Nerojbleo 2022

100% Nero d’Avola. Grapes from vineyards in Chiaramonte Gulfi and Ragoleti, bush-trained vines carried on trellis. Harvested at the end of September, red vinification with extended skin maceration; aged for at least 12 months in French oak barriques and 500-litre tonneaux, followed by at least one year in bottle. 13.5% abv.

Tasting note

A Gulfi classic. Nero d’Avola always picked at just the right level of ripeness, with a beautiful deep ruby colour.

There are clear, unmistakable aromatic traits of a Nero d’Avola that is not evolved, but deliberately brought to full and conscious ripeness: ripe dark fruit, spice, a balsamic and Mediterranean vein, together with baked olive, without tipping into overripeness. Elements that make me appreciate it beyond the strictly gustatory dimension.

The palate is genuinely rich and layered, yet still flowing, with fine-grained tannins.

Carmelo Cappello — Julie 2024

A micro-vinification based on Grillo and Viognier, in variable proportions. Fermented with indigenous yeasts; aged in small French oak barrels, unfiltered. Production is around 300 bottles. For the 2024 vintage, the producer indicates a more substantial élevage than in previous vintages. Around 13% abv.

Tasting note

We tasted it at the end of the evening, in the French manner. A deliberately intense, substantial white in which, to my mind, some of the wine’s origins become less legible and the sensory register shifts towards something more elaborated.

Saffron, sandalwood and peach on the nose; considerable volume and impact on the palate. The influence of oak is clear and tends to dominate, pushing both varietal character and territorial identity into the background.

Carmelo Cappello — Emily 2022

Frappato. Cappello’s interpretation is intended for an unusually long ageing period compared with the more immediate stylistic conventions usually associated with the grape. Previous documented vintages show extended élevage in French oak followed by prolonged bottle ageing; since no analytical technical sheet specific to the 2022 vintage is available, it is preferable not to assign precise ageing times that cannot be verified.

Tasting note

For me, inconclusive. The idea of taking Frappato towards a more ambitious and structured register is interesting, but in this case the result seemed less convincing than the intention.

The wine shows a certain expressive imprecision, a pronounced oak imprint and limited varietal recognisability. That is my view, though some tasters appreciated precisely this expressive “asymmetry”, seeing in its distance from the usual Frappato style the feature that makes it singular.

Arianna Occhipinti — SP68 Bianco 2025

Moscato d’Alessandria 60%, Albanello 40%. Vittoria, around 280 metres above sea level, sub-Apennine calcareous sands; biodynamic farming and certified organic viticulture. Fermented with indigenous yeasts and 15 days of skin maceration; 6 months in cement and 1 month in bottle, unfiltered. 10.5% abv.

Tasting note

Dry, pale and translucent, with an unusually low alcohol level and a broad, unusual aromatic profile — aromatic also in the literal sense — bringing together acacia blossom, white peach, aromatic herbs and a faint saline memory.

An intriguing combination, though the same enthusiasm does not fully carry over to the palate. The wine feels somewhat lean and not especially persistent in flavour, although it still provokes questions about where to place it stylistically. I would gladly try it again.

Arianna Occhipinti — SP68 Rosso 2025

Frappato 70%, Nero d’Avola 30%. Vittoria, around 280 metres above sea level, calcareous sub-Apennine sands; biodynamic and organic viticulture. Fermented with indigenous yeasts, 15 days of skin maceration; 6 months in cement vats and 1 month in bottle, unfiltered. 12% abv.

Tasting note

It took time and patience for the wine in the glass to shake off a clear “cabbage stink” and settle enough to be approached properly on the nose.

Eventually it found its shape and identity. Bright, pale red, with notes of wild strawberry, Navel orange, bitter nuances and pungent spices.

The palate is linear, with a marked sense of balance and easy drinkability; agile, with a finish entirely centred on fresh fruit.

Standard
Bottiglie, Degustazioni

Brunello di Montalcino 2016 – Albatreti

I vigneti storici dell’azienda Albatreti sono posizionati sul versante sudoccidentale del territorio di Montalcino. Una piccola realtà a conduzione familiare, circa 8.000 bottiglie all’anno, la cui prima annata di Brunello risale al 2009. Non c’è voluto molto all’azienda di Gaetano Salvioni — e il cognome, in effetti, ha un suo perché — per affermarsi come una realtà qualitativamente rilevante nel panorama di Montalcino.

Nel 2023 Salvioni ha poi ceduto i vigneti e il podere alla confinante Il Palazzone, di proprietà dell’americano Peter Kern, mantenendo però il marchio Albatreti e dando inizio a una nuova fase dell’azienda con vigneti distribuiti in diverse zone della denominazione.

In questo caso si tratta di un 2016, annata prestigiosa e performante che, nei nostri assaggi, all’uscita e negli anni successivi, ha quasi sempre confermato le promesse.

Questo Brunello di Albatreti non sconfessa le premesse e giunge al suo appuntamento con il bicchiere, e con il bevitore, in forma splendida. Colore rubino piuttosto fitto; al naso un’onda ampia, quasi vertiginosa, di fragranze che spaziano dalla marasca alla nepitella — la mentuccia comune — transitando per il sottobosco, la lavanda, la foglia di tè e il tabacco, in un crescendo coinvolgente.

Dopo l’assaggio lo definirei un vino di confine. Confine stilistico, intendo. Non diafano e aereo come vorrebbe il gusto contemporaneo, che nella trasparenza estrema, nella sottrazione, nella verticalità e nella rarefazione del frutto individua il paradigma della finezza, e nemmeno smaccatamente concentrato e alcolico come predicato in un’epoca dominata dal gusto anglo-americano.

Il Brunello 2016 di Albatreti al palato è generoso, stratificato, polposo e, al contempo, acido e soprattutto tannico, nel senso più nobile del termine. Il tannino si apre a ventaglio e pare dinamizzare il sorso, accompagnandolo con continuità e allungandone il piacere. Vino di evidente qualità ed equilibrio che a mio avviso, in relazione a questa bottiglia, è da bersi adesso.

Approfondimenti

Su L’Enonauta

Altre risorse

Enonauta/Degustazione di Vino #513 - review - Brunello di Montalcino 2016 - Albatreti | Brunello Monumentale

Brunello di Montalcino 2016 Albatreti

Albatreti’s historic vineyards are located on the south-western side of Montalcino. A small, family-run estate producing around 8,000 bottles a year, it released its first Brunello with the 2009 vintage. It did not take long for Gaetano Salvioni’s estate — and the surname, indeed, carries a certain resonance here — to establish itself as a significant quality producer within the Montalcino landscape.

In 2023, Salvioni sold the vineyards and the estate property to neighbouring Il Palazzone, owned by American entrepreneur Peter Kern, while retaining the Albatreti brand and beginning a new chapter with vineyards located in different areas of the appellation.

Here we are dealing with the 2016 vintage, a prestigious and highly successful year that, in our tastings, both upon release and in the years that followed, has almost always lived up to expectations.

This Albatreti Brunello does nothing to contradict those premises and arrives at its meeting with the glass — and with the drinker — in splendid form. The colour is a rather deep ruby. On the nose comes a broad, almost dizzying wave of aromas, ranging from sour cherry to wild mint, moving through undergrowth, lavender, tea leaf and tobacco in an increasingly engaging progression.

After tasting it, I would describe it as a wine on the border. A stylistic border, I mean. It is neither diaphanous nor airy in the manner favoured by contemporary taste, which increasingly finds its paradigm of finesse in extreme transparency, restraint, verticality and the rarefaction of fruit; nor is it overtly concentrated and alcoholic in the manner once advocated during an era dominated by Anglo-American taste.

On the palate, Albatreti’s 2016 Brunello is generous, layered and fleshy, while at the same time driven by acidity and, above all, tannin in the noblest sense of the word. The tannin opens out like a fan and seems to give the wine momentum, sustaining the flow of the palate and extending its pleasure.

Further reading

On L’Enonauta

External resources

Standard
Jiasik 2024 - Borgo San Daniele
Bottiglie, Degustazioni

Jiasik Bianco 2024 – Borgo San Daniele

Jiasik 2024 – Borgo San Daniele

Riesling e Malvasia assieme da Giassico – Cormons, trovo elementi non univoci sulla tecnica di vinificazione e comprimendo i vari dati reperiti si può riassumere con: un breve trattamento a freddo del grappolo intero (criomacerazione?), seguito da pressatura soffice, fermentazione in acciaio e affinamento sui lieviti con bâtonnage. Alla prova del bicchiere quanto elaborato trova plausibilità principalmente per la fragranza che è decisamente intensa, pur senza grande complessità, con reminiscenze di pesca bianca e crema di limoni con qualche nota leggera di spezie. 

In bocca è lussureggiante, ricco, sembra poter mettere d’accordo vari macrogruppi di bevitori – chissà se volontariamente – gli amanti del bianco profumato come quelli del bianco di sostanza ma comunque con freschezza congrua.

Perché di questo si tratta. Un bianco di sostanza, che non difetta di acidità, pieno, strutturato, sapido quanto basta.

Anche il prezzo non è da ricchi.

Enonauta/Degustazione di Vino #512 - review - Jiasik Bianco 2024 - Borgo San Daniele | Bianco Poliedrico, profumato e voluminoso
Jiasik 2024

Jiasik 2024 – Borgo San Daniele

Riesling and Istrian Malvasia together, from Giassico in Cormons. The available information about the winemaking technique is not entirely consistent; piecing together the various details, the process can be summarised as a brief cold treatment of the whole bunch — perhaps comparable to cryomaceration — followed by gentle pressing, fermentation in stainless steel and ageing on the lees with bâtonnage.

The colour is an intense, saturated yellow, with no oxidative overtones. In the glass, this reconstruction seems plausible above all because of the aromatic intensity: the wine is distinctly fragrant, although not especially complex, with notes of white peach, lemon curd and a light touch of spice.

On the palate it is lush and rich; it seems capable of bringing together — whether deliberately or not — two broad families of wine drinkers: those who love perfumed whites and those who look for substance in a white wine, while retaining a well-proportioned freshness.

Because that is precisely what this is: a white wine of real substance, full and structured, with no shortage of acidity and just enough savoury character.

Nor is it priced for the rich.

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Bottiglie, Degustazioni

Grignolino d’Asti DOC “Lasme Sté” 2022 di Cascina Rey

Ci sono grandissimi vini e ci sono grandissimi Grignolini. Le due cose non si escludono. Io però faccio parte di quella schiera di enomaniaci convinti che un vino vada valutato prima di tutto all’interno del proprio insieme originario: rispetto al vitigno che lo genera, al territorio da cui proviene, alla storia delle sue interpretazioni. Solo in un secondo momento ha senso collocarlo dentro un insieme più vasto.

Quello di cui si tratta qui è un grandissimo Grignolino, Grignolino d’Asti per la precisione, prodotto da una delle più piacevoli scoperte del 2025: Cascina Rey. È prodotto in sole 380 bottiglie.

Cascina Rey si trova a Valle del Re, a pochi chilometri dal centro di Asti, ed è nelle mani della stessa famiglia dal 1913. Oggi la conduce Monica Monticone, che ha preso le redini dell’azienda alla fine del 2016. Sei ettari complessivi, circa 12.000 bottiglie l’anno, vigne in parte storiche — alcuni impianti di Barbera, Grignolino e Cortese risalgono al 1970 — e terreni costituiti in larga parte dalle sabbie astiane plioceniche di origine marina. Una piccola realtà familiare che continua a lavorare soprattutto sui vitigni tradizionali dell’Astigiano.

La vinificazione è in rosso, in vasche d’acciaio, con una macerazione sulle bucce di circa dieci giorni a temperatura controllata. Dopo la malolattica spontanea, il vino affina per diciotto mesi in barrique di quarto passaggio: un legno quindi già ampiamente utilizzato, che sembra avere soprattutto una funzione di affinamento e di lenta evoluzione, di “contenitore” senza sovrapporsi al carattere del Grignolino.

È l’ultima bottiglia rimasta di quelle recuperate al Mercato FIVI 2025.

Enonauta/Degustazione di Vino #511 - review - Grignolino d’Asti DOC “Lasme Sté” 2022 di Cascina Rey | Un Grandissimo Grignolino

Com’è un grandissimo Grignolino?

Fragrante, prima di tutto. Brillante e chiaro. Fresco, tannico, tonico. Capace di sviluppare molto sapore senza ricorrere alla concentrazione. Riconoscibile al naso con piccoli frutti rossi, agrumi, floreale delicato, spezie, una vena amaricante che allunga il sorso. Energia, precisione e bevibilità. 

E che mostri appieno le potenzialità del vitigno. Che indubbiamente sono molte.

In piena corrispondenza con l’identikit appena tracciato, il Grignolino di Cascina Rey mostra di avere tutte le carte in regola: fragrante e con un profilo profondamente riconoscibile: fragolina di bosco, agrumi, una sottile vena bitter, un floreale delicato e spezie appena accennate.
Al palato è fresco, tannico, energico, con una materia senza peso, ma tonico e con intensità di gusto. Il tannino ha carattere, mai rustico però. Insieme all acidità diffusa dona al vino struttura restituendo un Grignolino saldo e dinamico, che va  oltre l’immagine del rosso leggero e immediato in un’interpretazione che sembra voler ricordare quanto questo vitigno possa essere serio, profondamente territoriale e dotato di una evidente attitudine all’evoluzione.

Grignolino d’Asti DOC “Lasme Sté” 2022 di Cascina Rey

There are great wines, and there are great Grignolinos. The two things are not mutually exclusive. I belong, however, to that group of wine obsessives who believe that a wine should first be judged within its own original context: in relation to the grape variety it comes from, the territory it belongs to, and the history of its interpretations. Only afterwards does it make sense to place it within a broader framework.

What we are dealing with here is a truly great Grignolino — Grignolino d’Asti, to be precise — made by one of the most pleasant discoveries of 2025: Cascina Rey. Only 380 bottles were produced.

Cascina Rey is located in Valle del Re, just a few kilometres from the centre of Asti, and has been in the hands of the same family since 1913. Today it is run by Monica Monticone, who took over the estate at the end of 2016. Six hectares in total, around 12,000 bottles a year, with some old vineyards — certain plots of Barbera, Grignolino and Cortese date back to 1970 — and soils largely composed of Pliocene Asti sands of marine origin.

A small family estate that continues to work mainly with the traditional grape varieties of the Asti area.

This is the last bottle left from those I picked up at the 2025 Mercato FIVI.

How should a truly great Grignolino be?

Fragrant, first and foremost. Bright and clear. Fresh, tannic, taut. Capable of developing plenty of flavour without relying on concentration. Recognisable on the nose through small red berries, citrus fruit, delicate floral notes, spices, and a slightly bitter vein that lengthens the palate. Energy, precision and drinkability.

And it should fully reveal the potential of the grape variety. Which is undoubtedly considerable.

Perfectly matching the profile just outlined, Cascina Rey’s Grignolino has everything in place: fragrant and deeply recognisable, with wild strawberry, citrus fruit, a subtle bitter note, delicate floral aromas and lightly sketched spices.

On the palate it is fresh, tannic and energetic, with substance but no heaviness, taut and intensely flavourful. The tannin has character without ever becoming rustic. Together with the pervasive acidity, it gives the wine structure, producing a firm and dynamic Grignolino that goes well beyond the image of a light, immediate red.

It is an interpretation that seems intent on reminding us just how serious, deeply rooted in its territory and naturally suited to evolution this grape variety can be.

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Bottiglie, Degustazioni

Sacrisassi Rosso 2022 – Le Due Terre

Sacrisassi Rosso 2022 – Le Due Terre

Sacrisassi Rosso 2022 – Le Due Terre

Emblema della Friulitudo del vino in rosso, nasce a Prepotto, patria dello Schioppettino e luogo simbolo del Friuli enoico.

Schioppettino e Refosco dal Peduncolo Rosso, con piccola prevalenza del primo. 13,5°.

Vinificazione tradizionale, fermentazione spontanea delle due varietà insieme con lieviti indigeni, affinamento in legno neutro e poi in vetro.

Vino scuro, riconoscibile, porta dentro una sua profonda identità che traspare di anno in anno nella ovvia diversità dovuta alle caratteristiche dell’annata.

Fragrante, intensi richiami di cassis e di pepe, ma anche chiodo di garofano e fiori di malvone.

Al palato è saldo, sapido e materico. Senso di grande equilibrio e prolungato sviluppo gustativo, con meno tensione acida e più morbidezza, figlia probabilmente dell’annata calda e siccitosa. Affiora anche una sottile vena dolce, più percettiva che propriamente gustativa, che non ricordavo nelle annate precedenti e che sembra inserirsi proprio in questa maggiore maturità del frutto.

Approfondimenti: Sacrisassi Rosso 2015 – Le Due Terre · Sacrisassi Rosso – verticale · Prepotto – Consorzio Friuli Colli Orientali

Enonauta/Degustazione di Vino #510 - review - Sacrisassi Rosso 2022 – Le Due Terre | Emblema della Viticoltura Friulana

Sacrisassi Rosso 2022 – Le Due Terre

An emblem of red-wine Friulitudo, it comes from Prepotto, the homeland of Schioppettino and one of the symbolic places of Friuli wine.

Schioppettino and Refosco dal Peduncolo Rosso, with a slight predominance of the former. 13.5% ABV.

Traditional vinification, with the two varieties fermented together spontaneously using indigenous yeasts, followed by ageing in neutral wood and then in bottle.

A dark, recognisable wine, carrying a deep identity that emerges year after year through the inevitable variations shaped by each vintage.

Fragrant, with intense notes of cassis and pepper, alongside clove and mallow flowers.

On the palate it is firm, savoury and substantial. There is a strong sense of balance and a long, developing finish, with less acidic tension and greater softness, probably a consequence of the hot, dry vintage. A subtle sweet vein also emerges, more perceptual than actually sweet on the palate, something I do not recall finding in previous vintages and which seems to belong precisely to this greater ripeness of fruit.

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Bottiglie, Degustazioni

Barolo Cannubi 2016 – Brezza

Barolo Cannubi 2016 –  Brezza

Per raccontare questo vino possiamo partire dalle tre parole che circoscrivono l’ambito d’indagine in modo piuttosto preciso:

2016, Cannubi e Brezza. Nell’ordine: un’annata largamente considerata tra le migliori delle Langhe recenti; uno dei cru più prestigiosi e conosciuti di Barolo, il cui nome compare già su una bottiglia datata 1752; una delle aziende storiche del territorio, interprete coerente di un’idea tradizionale di Barolo, e il cui Cannubi 2016 è stato considerato dalla critica tra le migliori espressioni dell’annata.

Nebbiolo vinificato in cemento, due anni in botti grandi e affinamento in bottiglia. L’attitudine è classicista.

Desta qualche perplessità all’apertura per una certa ritrosia a sviluppare fragranze, ma già a fine cena comincia ad aprirsi.

Dá il meglio a 24 ore dall’apertura quando sviluppa un ventaglio di fragranze decisamente ampio e rigoroso.

Si va dal lampone al rosmarino, dall’eucalipto all’agrume delicato, con un fondo di goudron — credo sia una delle poche volte che lo avverto così distintamente.

Il sorso è teso, slanciato, pieno di forza nervosa con acidità fluente e tannini nobili nella loro forza. Finale prolungato, arioso, tutto centrato sul frutto rosso. 

Il fatto che dia il meglio a ventiquattro ore dall’apertura suggerisce soprattutto questo: siamo davanti a un Barolo ancora in piena traiettoria evolutiva, capace di distendersi senza perdere tensione e con parecchia aspettativa di vita davanti.

Vino ottimo che può essere accompagnato a questo punto della sua evoluzione con un  carrè d’agnello al forno o con una faraona ai funghi porcini in tegame. No panna e/o pomodoro.

Enonauta/Degustazione di Vino #509 - review - Barolo Cannubi 2016 - Brezza | Barolo classicamente energico
Enonauta/Degustazione di Vino #509 - review - Barolo Cannubi 2016 - Brezza | Barolo classicamente energico

Barolo Cannubi 2016 – Brezza

To tell the story of this wine, we can start with three words that define the scope of the discussion quite precisely: 2016, Cannubi and Brezza.

In that order: a vintage widely regarded as one of the finest in the Langhe in recent decades; one of Barolo’s most prestigious and renowned crus, whose name already appeared on a bottle dated 1752; and one of the historic estates of the area, a consistent interpreter of a traditional idea of Barolo, whose 2016 Cannubi has been considered by critics among the finest expressions of the vintage.

Nebbiolo vinified in concrete, aged for two years in large oak casks and then further refined in bottle. Its attitude is decidedly classicist.

At first it raises a few doubts, showing a certain reluctance to develop its aromas, but by the end of dinner it already begins to open up.

It gives its best, however, twenty-four hours after opening, when it develops a broad and remarkably precise aromatic range. Raspberry, rosemary, eucalyptus and delicate citrus notes emerge over a background of goudron — I believe this is one of the very few times I have perceived it so distinctly.

The palate is taut and slender, charged with nervous energy, with flowing acidity and tannins that are noble in their strength. The finish is long and airy, entirely centred on red fruit.

The fact that it reaches its finest expression after twenty-four hours suggests above all that this is a Barolo still firmly on its evolutionary path, capable of unfolding without losing tension and with plenty of life ahead of it.

At the table, its combination of tension, fine tannins, balsamic notes and red fruit calls for dishes with depth but without excessive richness. A rack of lamb with herbs would work beautifully, but I would be particularly tempted by guinea fowl with mushrooms, slowly cooked in a pan: the succulence of the meat would meet the wine’s acidity and tannins, while the earthy character of the mushrooms would echo its more balsamic and goudron-like nuances without overwhelming the finesse of Cannubi.

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Bottiglie, Degustazioni

Chinens 2020 – Baronia della Pietra – Nero d’Avola Sicilia Doc

Un Nero d’Avola di Baronia della Pietra, azienda dell’entroterra agrigentino conosciuta e apprezzata a Vignaioli Contrari — e il bicchiere lo testimonia.

Secondo la scheda aziendale dedicata al vino, è vinificato in acciaio e affinato nello stesso materiale per un anno.

Ogni volta che ne stappo una bottiglia ripenso agli anni Novanta, quando il Nero d’Avola andava di moda e trainava la rinascita del vino siciliano per poi andare a perdersi dentro versioni troppo dense e poco identitarie, nate probabilmente per assecondare il gusto dominante e la critica che lo premiava. Poi quella stessa critica si orientò verso suggestioni ritenute più «raffinate» e, non di rado, esangui, e il Nero d’Avola finì paradossalmente per perderne il favore.

Questo non ne decise comunque la sfortuna commerciale dal momento che nel 2020 e nel 2021 il Nero d’Avola DOC Sicilia sfiorò i 50 milioni di bottiglie certificate e nel 2022 ne superò ancora 43 milioni.

Nel frattempo, nelle interpretazioni migliori, il Nero d’Avola è tornato a farsi vino di territorio, restituendo il lavoro in vigna e la natura dei suoli. Qui siamo sul terreno calcareo di contrada Chinesi, ad Alessandria della Rocca, in provincia di Agrigento.

Ma andiamo a descriverlo:

Il colore è fitto e compatto. Al naso è fragrante, con ricordi di arancia amara, prugna, chiodo di garofano e resina di cipresso; il profilo resta prevalentemente fruttato, su tonalità mature.

Al palato il Chinens 2020 è saldo, ben delineato, senza fronzoli e ampiamente godibile. Non cerca effetti particolari né esibisce una complessità costruita: procede diritto, sostenuto da una materia integra, da un tannino ben assestato e da una freschezza viva. A convincere soprattutto è la dinamica gustativa, intensa e prolungata.

Vino che ricomprerei e consiglierei.

Enonauta/Degustazione di Vino #509 - review - Chinens 2020 - Baronia della Pietra | saldo, ben delineato, senza fronzoli
Enonauta/Degustazione di Vino #509 - review - Chinens 2020 - Baronia della Pietra | saldo, ben delineato, senza fronzoli

Chinens 2020 – Baronia della Pietra

A Nero d’Avola from Baronia della Pietra, an estate in the Agrigento hinterland that I came to know and appreciate at Vignaioli Contrari—and the wine in the glass bears this out.

According to the technical sheet dedicated to the wine, it is vinified in stainless steel and aged there for one year.

Whenever I open a bottle of Nero d’Avola, I think back to the 1990s, when the variety was fashionable and spearheaded the renaissance of Sicilian wine. Yet that success also encouraged the spread of overly dense interpretations with little sense of identity, often shaped to cater to the prevailing taste and the critics who rewarded it. When that same critical establishment turned towards styles deemed more “refined” and, not infrequently, anaemic, Nero d’Avola paradoxically fell out of favour.

This decline in critical esteem did not, however, bring about a corresponding commercial downturn: in 2020 and 2021, certified Sicilia DOC Nero d’Avola production still approached 50 million bottles, while in 2022 it remained above 43 million.

Meanwhile, the finest interpretations have brought back to the fore what the more homogenised versions had obscured: Nero d’Avola’s ability to become a wine of place, conveying both the work carried out in the vineyard and the nature of its soils. Here, the setting is Contrada Chinesi, in Alessandria della Rocca, in the province of Agrigento, with its limestone-rich soils.

The colour is deep and saturated. The nose is fragrant, with notes of bitter orange, plum, spice and cypress resin; ripe fruit remains the dominant register.

On the palate, Chinens 2020 is firm, well-defined, unfussy and thoroughly enjoyable. It does not reach for showy effects or parade a contrived complexity: it goes straight to the point, supported by a sound core, well-integrated tannins and lively freshness. Most compelling of all is its intense, sustained development across the palate.

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Consigli per la Sturatura, Degustazioni

Sei vini per l’estate 2026

6 vini per l’estate 2026
Soddisfazione senza spendere un capitale

Una piccola selezione di 6 vini assaggiati da L’Enonauta ad uso degli indecisi, dei curiosi, dei meno esperti, del navigatore occasionale del web alla ricerca di vini particolari da bere in estate.

  • Grignolino d’Asti DOC 2024 – Luigi Spertino
  • Vernaccia di San Gimignano DOCG “Tollena” 2023 – Azienda Agricola Tollena
  • Barbera d’Asti Superiore DOCG “Dame ’n Basin” 2022 – Cascina Rey
  • Toscana Bianco IGT “La Cerretina” 2023 – Pacina
  • Valpolicella Classico Superiore DOC “Casalvegri” 2022 – Ca’ La Bionda
  • Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore DOC 2023 – Andrea Felici

L’estate è già iniziata da un po’, ma questi consigli arrivano con il passo di chi, prima di indicare una bottiglia, preferisce berla. Restano comunque due mesi e mezzo: quasi una stagione intera, almeno secondo il calendario elastico dell’Enonauta.


Non è una raccolta di vini “beverini”. La categoria mi sembra ormai abusata e sostanzialmente inutilizzabile, perché finisce per comprendere anche prodotti discutibili.

Penso al vino estivo non come a qualcosa da trangugiare distrattamente durante un dj set sulla spiaggia. Penso a vini da bere a tavola, capaci di accompagnare la cucina della stagione: primi e secondi di pesce, verdure, carni bianche, preparazioni meno elaborate, ma anche piatti saporiti come il cacciucco o una grigliata consumata quando il caldo della giornata comincia a diminuire.

La facilità e la piacevolezza di beva d’altra parte, non dipendono soltanto dalla gradazione alcolica, dal colore o dalla temperatura di servizio. Possono appartenere anche a vini di buona struttura purché stappati nella giusta situazione. Allo stesso modo, un bianco macerato può risultare più adatto alla cucina estiva di certi bianchi color carta, metallici e irrigiditi da molta acidità e poco gusto.

I sei vini scelti non condividono quindi una tipologia o un peso specifico. Li uniscono la capacità di stare a tavola, un’identità riconoscibile e prezzi non sempre popolari in senso stretto, ma ancora lontani dalle cifre richieste per molte etichette prestigiose e, soprattutto, commisurati alla qualità espressa.


Grignolino d’Asti 2024 – Luigi Spertino

Questo Grignolino ha uno dei più bei colorini della storia dei colorini. Indimenticabile rosa cerasuolo con tendenza al ramato, brillantezza unica (senza esagerazioni).

Da Mombercelli, nell’Astigiano. Un rosso dal colore naturalmente chiaro (in questa selezione gli facciamo fare la parte di un rosato) e aromatico, sottile nella struttura ma dotato del tannino caratteristico del vitigno. Fresco, teso ed elegante, con richiami di piccoli frutti, agrumi, spezie e scorza d’arancia.

Trasversalmente potrà accompagnare salumi, verdure, paste ripiene, carni bianche e secondi non troppo elaborati. Servitelo fresco, ma non freddo.

Vernaccia di San Gimignano DOCG “Tollena” 2023 – Azienda Agricola Tollena

Ho incontrato personalmente Borgo Tollena durante le degustazioni di Vignaioli Contrari. “Scoperta” in senso privato, naturalmente: non rivendico primogeniture enoiche.

Vernaccia in purezza; le vigne aziendali si trovano su terreni prevalentemente argillosi, con presenza di scheletro. Breve macerazione a freddo, sosta sulle fecce.

Vellutata in ingresso, pungente poi. Un manuale della Vernaccia.

Colore giallo intenso, ricca di suggestioni olfattive come il narciso, la mela Opal e i limoni freschi; poi tenuemente speziata e vegetale. Il sorso è molto ricco e gustoso, sostenuto da un’acidità ben distribuita e da una componente sapida cospicua.

Un bianco da destinare all’accompagnamento di primi di pesce e alle carni bianche. Pollo al girarrosto e Vernaccia lo trovo da sempre uno degli abbinamenti più riusciti. Se non avete mai provato, provate!

Barbera d’Asti Superiore 2022 “Dame ’n Basin” – Cascina Rey

Lo scorso anno tornai dal Mercato dei Vini Fivi con un nome da aggiungere alla lista delle cantine preferite: Cascina Rey.

Questa che segnalo è una Barbera vera, fresca, vibrante, assolutamente non sfigurata dal passaggio in legno, che invece di  farla diventare una credenza di mogano ne ha invece definito il sorso e la struttura. Il mio personale consiglio è di stapparla, e berla, durante una grigliata serale con salsiccia e rosticciana. 

Barbera in purezza, con circa due settimane di macerazione e oltre un anno di affinamento in barrique di rovere francese.

Toscana Bianco IGT “La Cerretina” 2023 – Pacina

Trebbiano Toscano e Malvasia del Chianti, fermentati spontaneamente con permanenza sulle bucce e successivo affinamento in legni di diversa natura. È un bianco macerato ricco e salino, sostenuto da acidità viva e da una leggera presa tannica. Ha l’anima fragrante della Malvasia e la struttura del Trebbiano, riunite in un sorso di notevole intensità.

Non è il bianco da aperitivo indistinto, ma un vino da portare a tavola. Con il cacciucco, il pesce azzurro, le zuppe di pesce, la trabaccolara e le preparazioni speziate potrà regalarvi migliori emozioni di quel bianco che ordinate per abitudine da anni. E col Tonno del Chianti (di coniglio o maiale non fa differenza) coi fagioli cannellini? Fate una prova e poi mi direte…

Valpolicella Classico Superiore 2022 “Casalvegri” – Ca’ La Bionda

Nasce da Corvina per il 70%, Corvinone per il 20% e Rondinella e Molinara per il restante 10%. Le uve sono utilizzate fresche e provengono da vigneti collinari situati tra 150 e 300 metri, su terreni argillosi, limosi e calcarei. L’affinamento dura 18 mesi in botti di rovere da 3.000 litri.

Un Valpolicella Superiore senza compiacimenti di morbidezza o concentrazione. Tanto frutto rosso, ribes, spezie e rosa; freschezza, struttura articolata ma non pesante e, soprattutto, una precisione, una misura e una persistenza da prima fascia.

Può accompagnare un secondo di carne non troppo elaborato, il coniglio, la faraona o un piatto di pasta al ragù. Ma lo si può rischiare a mio avviso anche in contesti più “obliqui”.

Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore 2023 – Andrea Felici

Verdicchio in purezza proveniente da vigne di età diversa coltivate sulle alture di Apiro. La fermentazione avviene tra acciaio e cemento; una parte delle uve rimane per pochi giorni a contatto con le bucce. Il vino affina sui propri lieviti e non svolge la fermentazione malolattica, conservando così la naturale tensione acida del vitigno.

Verdicchio asciutto e consistente, caratterizzato da reminiscenze di agrumi, frutto chiaro, erbe secche in estate, sapidità e un finale lievemente ammandorlato. È il bianco estivo più classico della selezione, adatto a fritture, primi alle vongole, pesce alla griglia, verdure e carni bianche. In questo caso anche per un aperitivo.

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Degustazioni

Barbaresco Manzola 2011 – Fiorenzo Nada

Quello che sempre mi colpisce nei vini dell’azienda Fiorenzo Nada, oggi condotta da Bruno Nada, è questa chiarissima predisposizione all’invecchiamento: anche dopo anni, nel bicchiere, troviamo vini tonici e di espressività rigorosa.

Che cosa racconta questo Barbaresco Manzola 2011, al di là del dato puramente edonico per cui si è accompagnato mirabilmente a un petto di pollo con funghi porcini, arricchendo una cena familiare di notevole profondità sensoriale?

Racconta, nel mio caso, di un altro 2011 di Langa che col tempo ha dato esiti più congrui di quanto certe gerarchie d’annata lasciassero prevedere.

Manzola, MGA in Treiso. Esposizione sud-ovest, ovviamente Nebbiolo con 24 mesi in botte e 6 mesi in bottiglia.

Il colore è un granato luminoso, perfetto.
Si apre su prevalenti richiami di mora di gelso e chinotto, per poi allargare il campo verso sentori di eucalipto, umami, rabarbaro ed erbe aromatiche. Il chinotto, col tempo, tende a farsi più presente e caratterizzante dentro un quadro olfattivo decisamente ben dispiegato.
Al palato è setoso e risolto, di medio corpo, con acidità viva, cospicua sapidità e buona persistenza. Del tannino si può immaginare un’antica severità, di cui resta una forma, una traccia.
Vino dall’andatura sicura, con lodevole progressione gustativa.

Barbaresco Manzola 2011 – Fiorenzo Nada

What always strikes me in the wines of the Fiorenzo Nada estate, now run by Bruno Nada, is their clear predisposition to ageing: even after many years, the glass reveals wines that remain vibrant, rigorous, and expressive without losing their sense of measure.

What does this Barbaresco Manzola 2011 tell us, beyond the purely hedonistic fact that it paired beautifully with chicken breast and porcini mushrooms, lending remarkable sensory depth to a family dinner?

In my case, it tells of yet another 2011 from the Langhe that has found a convincing, fully resolved form over time. After all, wine does not question vintage rankings, nor does it allow its own achievement to be contaminated by the forecasts of experts.

Manzola, an MGA in Treiso. South-west exposure, 24 months in oak and 6 months in bottle.

The colour is a perfect, luminous garnet.

It opens with prevailing notes of mulberry and chinotto, then broadens towards hints of eucalyptus, umami, rhubarb and aromatic herbs. With time, the chinotto becomes more present and more defining within an olfactory profile that is decidedly well unfolded.

On the palate it is silky and resolved, medium-bodied, with lively acidity, marked sapidity and good persistence. In the tannin one can still imagine an ancient severity, of which a shape, a trace, remains.

A wine of assured gait and commendable gustatory progression.

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Degustazioni

Flavio Roddolo – il Ronin delle Langhe – venerdì 12 giugno 2026

Flavio Roddolo, il Ronin delle Langhe

Con i vini di Flavio Roddolo, vignaiolo di Monforte d’Alba, si è chiusa venerdì 12 giugno la stagione di degustazioni 2025/26 de L’Enonauta, in collaborazione con Happy Wine e insieme al consueto gruppo di degustatori competenti, curiosi ed esigenti.

Cinque vini per provare ad avvicinare il suo universo vinicolo antico e contadino, di cui Roddolo rimane uno dei pochissimi rappresentanti credibili. Da qui la licenza di chiamarlo Ronin: non per costruire un mito, ma per indicare una postura reale, solitaria, indipendente, poco incline alle mode e alle scorciatoie comunicative.

Uomo dalla fama di solitario e poco ciarliero, Roddolo è artigiano di un vino talvolta rude, ma di grande carattere. Qualcuno potrebbe dire “come in Borgogna”, altri “come una volta”; quasi tutti, però, finiscono per riconoscergli una mano rara, sicura, personale.

Chi, come il sottoscritto, ha avuto la ventura di trascorrere qualche pomeriggio in sua compagnia a Bricco Appiani, non può che confermare questa impressione, aggiungendo però una nota più intima: una vena di malinconia crepuscolare e un attaccamento alla tradizione che, paradossalmente, nei momenti più colloquiali lo portano, quando vuole comunicare qualcosa di unico o sottolineare con discrezione la propria perizia, a sfoderare vecchie annate del suo Cabernet Sauvignon “Bricco Appiani“.

Per un contadino langarolo sarebbe forse stato più facile farlo con un Barolo. Per Flavio Roddolo, invece, il grande orgoglio mi è sempre parso proprio il Cabernet Sauvignon.

Ma veniamo alla serata. Abbiamo stappato nell’ordine:

Barbera d’Alba Superiore 2013

Generoso, tonico, ricco di suggestioni. Fa sempre un certo effetto incontrare un Barbera — declinato al maschile, come farebbe Flavio Roddolo — di tredici anni in questo stato di forma.

Si apre su ricordi ferrosi ed ematici, poi lascia spazio al frutto maturo, alla moka, a un tratto balsamico, prima di tornare in chiusura su una vena sanguigna. Il sorso è ampio, attraversato da un’acidità diffusa, ricco di stimoli e di gusto, integro, saldo, tutt’altro che stanco.

Mi ha ricordato un’altra Barbera d’annata bevuta di recente: la Barbera Francia 2015 di Giacomo Conterno.

Dolcetto d’Alba Superiore 2017

Nel Dolcetto d’Alba Superiore 2017 lo stile Roddolo sembra radicalizzarsi in un vino essenziale, quasi metafisico. Ossuto, severo, con reminiscenze di viola essiccata, mora scura e spezie. Secco, tannico, riservato, ma attraversato da una lunga coda sapida.

Annata e mano sembrano aver collaborato alla nascita di questo Dolcetto scabro: il 2017 ne accentua la concentrazione e l’asciuttezza, Roddolo ne porta in primo piano struttura, sottrazione e spigoli.

Forse non il suo miglior Dolcetto, ma una conferma della sua artigianalità: il vino non come prodotto sempre uguale a se stesso, ma come esito vivo di una stagione, di una vigna e di una mano.

Una mia nota personale: tra 10 anni, sempre ad averne ancora, ne riparliamo.

Nebbiolo d’Alba 2015

Il Nebbiolo d’Alba 2015 è quasi commovente nella sua bontà. Un Nebbiolo delicato e preciso come pochi: dopo averlo versato nei calici, sui volti dei presenti si forma un’espressione di piacere immediata, e il giudizio converge senza esitazioni verso l’idea di un grande vino.

Traslucido, più lontano degli altri dal confine con il rustico, si offre con sentori di ribes, foglia di tè e menta, senza cedimenti né piegamenti evolutivi. Il sorso fila via teso e fresco, lineare, con tannini integrati e un centrobocca emozionante di frutto ancora giovane. A seguire, un finale arioso, lungo, pienamente nel segno del Nebbiolo.

Barolo 2015

Il Barolo 2015 si presenta invece a un punto di evoluzione piuttosto avanzato. Devo dire che non è la prima volta che mi succede con il Barolo di Roddolo, e finisco per pensare che, cercando quel qualcosa in più che qualifichi un Barolo, si possa talvolta pagare un pegno troppo alto.

Mi sono tornate in mente le parole di un altro grande vignaiolo di Monforte d’Alba, che durante una visita ci concesse una lezione approfondita di vinificazione tradizionale e ci disse come, in annate calde e generose come la 2015, fosse necessario accorciare tutti i processi per evitare il rischio della sovramaturazione.

Il vino appare più stagionato al naso che al palato. Emergono sentori di prugna, cuoio, rosmarino, ma anche un fondo di vino evoluto che non si può ignorare. In bocca risulta più convincente: molto più concentrato del Nebbiolo d’Alba, sostenuto da uno scheletro imponente, non stanco quanto il naso farebbe pensare.

Resta però, nel quadro della serata, una delusione. Non un vino crollato, non un vino privo di sostanza, ma un Barolo che sembra avere già speso una parte significativa della propria energia espressiva.

Cabernet Sauvignon Bricco Appiani 2011

Un vino sconfinato, ruvido, animato da una forza che sul momento potrebbe sembrare inarrestabile.

Scuro di colore, con fragranze di Cassis e humus, vegetale autunnale, penetrante e intenso, offre poi altre suggestioni di spezie, balsamiche, vagamente rustiche, che arrivano, ritornano, a ondate. Qualcuno ha scorto il peperone, io personalmente sarei più propenso a rubricare il vegetale come Garrigue, macchia mediterranea o Artemisia comune.

Dopo l’assaggio sul volto dei presenti torna l’espressione già vista col Nebbiolo. Siamo di fronte a un vino di grande caratura.

L’ingresso è denso, deciso, una concentrazione critica di gusto che necessità di qualche minuto per delinearsi. Materico e stratificato, ha una dinamica gustativa articolata e prolungata, dove a prevalere sono il frutto scuro e le erbe aromatiche. È a suo modo equilibrato, grazie al tannino fitto che dà ordine a tutto questo agire. Più che per la forza, per la forma quasi masticabile, coesiva.

Ad averne avuto un bancale, sarebbe andato esaurito.

Viva dunque Flavio Roddolo, e viva tutti gli artigiani del vino: qualunque sia la loro provenienza, qualunque sia la loro filosofia produttiva, quando riescono a consegnare al bevitore qualcosa di così personale, vivo e riconoscibile.

Flavio Roddolo – il Ronin delle Langhe

Flavio Roddolo, the Ronin of the Langhe

With the wines of Flavio Roddolo, vigneron in Monforte d’Alba, the 2025/26 tasting season of L’Enonauta came to a close on Friday, June 12, in collaboration with Happy Wine and with the usual group of competent, curious and demanding tasters.

Five wines offered a way into his ancient, deeply rural wine universe, of which Roddolo remains one of the few truly credible representatives. Hence the licence, not merely graphic, to call him a Ronin: not to build a myth around him, but to indicate a real stance — solitary, independent, little inclined to fashions or communicative shortcuts.

A man with a reputation for being solitary and not especially talkative, Roddolo is the artisan of wines that can sometimes appear rough, but are always marked by character. Some might say “like Burgundy”, others “like wine used to be”; almost everyone, however, ends up recognising in his wines a rare, secure and personal hand.

Those who, like myself, have had the good fortune to spend a few afternoons in his company at Bricco Appiani can only confirm this impression, while adding a more intimate note: a certain crepuscular melancholy, and an attachment to tradition which, paradoxically, in his more conversational moments would lead him — when he wanted to communicate something unique, or discreetly underline his own skill — to bring out old vintages of his Cabernet Sauvignon Bricco Appiani.

For a Langhe farmer, it would perhaps have been easier to do so with a Barolo. In Flavio Roddolo’s case, however, the great source of pride has always seemed to me to be precisely the Cabernet Sauvignon.

Barbera d’Alba Superiore 2013

Generous, tonic, rich in suggestions. It is always somewhat striking to encounter a Barbera — declined in the masculine, as Flavio Roddolo himself would do in Italian — at thirteen years of age and in such precise form.

The nose opens immediately on ferrous and bloody recalls; then come ripe fruit, mocha and balsamic accents, before returning on a sanguine note in the finish. The palate is broad, supported by diffuse acidity, rich in stimuli and flavour, intact, firm, and far from tired.

It reminded me of another aged Barbera I had drunk recently: Giacomo Conterno’s Barbera Francia 2015.

Dolcetto d’Alba Superiore 2017

In the Dolcetto d’Alba Superiore 2017, Roddolo’s style applied to Dolcetto seems to radicalise itself into an essential, almost metaphysical wine. Bony, severe, with reminiscences of dried violet, dark blackberry and spices. Dry, tannic, reserved, yet crossed by a long savoury tail.

Vintage and hand seem to have worked together in shaping this rough-hewn Dolcetto: 2017 accentuates its concentration and dryness, while Roddolo brings structure, subtraction and edges to the foreground.

Perhaps not his finest Dolcetto, but a confirmation of his artisanal nature: wine not as a product always identical to itself, but as the living outcome of a season, a vineyard and a hand.

Nebbiolo d’Alba 2015

The Nebbiolo d’Alba 2015 is almost moving in its precision and goodness. Once poured into the glasses, an immediate expression of pleasure appeared on the faces of those present: the judgement quickly converged on the idea of a great wine.

Translucent, more distant than the others from the border with rusticity, it moves through redcurrant, tea leaf and mint, with no evolutionary sagging. The palate is tense, fresh, linear, with perfectly integrated tannins and an emotional mid-palate of still-youthful fruit. The finish is airy, long, fully in the sign of Nebbiolo.

Barolo 2015

The Barolo 2015, by contrast, presents itself at an advanced stage of evolution. This is not the first time this has happened to me with Roddolo’s Barolo, and I find myself thinking that, in the search for that extra degree of matter and depth that should qualify a Barolo, one may sometimes pay too high a price.

The words of another great vigneron from Monforte d’Alba came back to me. During a visit, he gave us a detailed lesson in traditional vinification and told us how, in warm and generous vintages, it was necessary to shorten every process in order to avoid overripeness. In this sense, 2015 seems to have required caution.

The nose is further along than the palate: plum, leather, rosemary, but also an undertone of aged wine that cannot be ignored. In the mouth the wine holds up better, thanks to concentration and structure, and does not feel as tired as the aromatic profile might suggest.

And yet, after the Nebbiolo d’Alba 2015, the comparison is unforgiving. The Barolo has more mass, but less grace; more structure, but less emotion. It is not a finished wine, but it is a disappointment.

Cabernet Sauvignon Bricco Appiani 2011

The Cabernet Sauvignon Bricco Appiani 2011 is a broad, rough wine of evident personality.

Dark in colour, it opens on cassis and humus, with an autumnal vegetal note that some read as bell pepper. Personally, I would be more inclined to place it within a register of garrigue, Mediterranean scrub or common mugwort. Spicy, balsamic, vaguely rustic notes follow, returning with good continuity.

After the tasting, something of the expression already seen with the Nebbiolo d’Alba returned to the faces of those present: not because of stylistic affinity, but because of evident quality.

The attack is dense and decisive, with a concentration of flavour that requires a few minutes to find definition. Material and layered, it develops through dark fruit, aromatic herbs and dense tannins, which give order to an important body of matter.

More than for sheer force, it impresses for the cohesive, almost chewable form with which it holds together rusticity, depth and character.

Had there been a pallet of it, it would have sold out.

So long live Flavio Roddolo, and long live all wine artisans, whatever their origin and whatever their production philosophy, when the result manages to be so personal, alive and recognisable.

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