Bottiglie, Degustazioni

Barolo Cannubi 2016 – Brezza

Barolo Cannubi 2016 –  Brezza

Per raccontare questo vino possiamo partire dalle tre parole che circoscrivono l’ambito d’indagine in modo piuttosto preciso:

2016, Cannubi e Brezza. Nell’ordine: un’annata largamente considerata tra le migliori delle Langhe recenti; uno dei cru più prestigiosi e conosciuti di Barolo, il cui nome compare già su una bottiglia datata 1752; una delle aziende storiche del territorio, interprete coerente di un’idea tradizionale di Barolo, e il cui Cannubi 2016 è stato considerato dalla critica tra le migliori espressioni dell’annata.

Nebbiolo vinificato in cemento, due anni in botti grandi e affinamento in bottiglia. L’attitudine è classicista.

Desta qualche perplessità all’apertura per una certa ritrosia a sviluppare fragranze, ma già a fine cena comincia ad aprirsi.

Dá il meglio a 24 ore dall’apertura quando sviluppa un ventaglio di fragranze decisamente ampio e rigoroso.

Si va dal lampone al rosmarino, dall’eucalipto all’agrume delicato, con un fondo di goudron — credo sia una delle poche volte che lo avverto così distintamente.

Il sorso è teso, slanciato, pieno di forza nervosa con acidità fluente e tannini nobili nella loro forza. Finale prolungato, arioso, tutto centrato sul frutto rosso. 

Il fatto che dia il meglio a ventiquattro ore dall’apertura suggerisce soprattutto questo: siamo davanti a un Barolo ancora in piena traiettoria evolutiva, capace di distendersi senza perdere tensione e con parecchia aspettativa di vita davanti.

Vino ottimo che può essere accompagnato a questo punto della sua evoluzione con un  carrè d’agnello al forno o con una faraona ai funghi porcini in tegame. No panna e/o pomodoro.

Barolo Cannubi 2016 – Brezza

To tell the story of this wine, we can start with three words that define the scope of the discussion quite precisely: 2016, Cannubi and Brezza.

In that order: a vintage widely regarded as one of the finest in the Langhe in recent decades; one of Barolo’s most prestigious and renowned crus, whose name already appeared on a bottle dated 1752; and one of the historic estates of the area, a consistent interpreter of a traditional idea of Barolo, whose 2016 Cannubi has been considered by critics among the finest expressions of the vintage.

Nebbiolo vinified in concrete, aged for two years in large oak casks and then further refined in bottle. Its attitude is decidedly classicist.

At first it raises a few doubts, showing a certain reluctance to develop its aromas, but by the end of dinner it already begins to open up.

It gives its best, however, twenty-four hours after opening, when it develops a broad and remarkably precise aromatic range. Raspberry, rosemary, eucalyptus and delicate citrus notes emerge over a background of goudron — I believe this is one of the very few times I have perceived it so distinctly.

The palate is taut and slender, charged with nervous energy, with flowing acidity and tannins that are noble in their strength. The finish is long and airy, entirely centred on red fruit.

The fact that it reaches its finest expression after twenty-four hours suggests above all that this is a Barolo still firmly on its evolutionary path, capable of unfolding without losing tension and with plenty of life ahead of it.

At the table, its combination of tension, fine tannins, balsamic notes and red fruit calls for dishes with depth but without excessive richness. A rack of lamb with herbs would work beautifully, but I would be particularly tempted by guinea fowl with mushrooms, slowly cooked in a pan: the succulence of the meat would meet the wine’s acidity and tannins, while the earthy character of the mushrooms would echo its more balsamic and goudron-like nuances without overwhelming the finesse of Cannubi.

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Bottiglie, Degustazioni

Chinens 2020 – Baronia della Pietra – Nero d’Avola Sicilia Doc

Un Nero d’Avola di Baronia della Pietra, azienda dell’entroterra agrigentino conosciuta e apprezzata a Vignaioli Contrari — e il bicchiere lo testimonia.

Secondo la scheda aziendale dedicata al vino, è vinificato in acciaio e affinato nello stesso materiale per un anno.

Ogni volta che ne stappo una bottiglia ripenso agli anni Novanta, quando il Nero d’Avola andava di moda e trainava la rinascita del vino siciliano per poi andare a perdersi dentro versioni troppo dense e poco identitarie, nate probabilmente per assecondare il gusto dominante e la critica che lo premiava. Poi quella stessa critica si orientò verso suggestioni ritenute più «raffinate» e, non di rado, esangui, e il Nero d’Avola finì paradossalmente per perderne il favore.

Questo non ne decise comunque la sfortuna commerciale dal momento che nel 2020 e nel 2021 il Nero d’Avola DOC Sicilia sfiorò i 50 milioni di bottiglie certificate e nel 2022 ne superò ancora 43 milioni.

Nel frattempo, nelle interpretazioni migliori, il Nero d’Avola è tornato a farsi vino di territorio, restituendo il lavoro in vigna e la natura dei suoli. Qui siamo sul terreno calcareo di contrada Chinesi, ad Alessandria della Rocca, in provincia di Agrigento.

Ma andiamo a descriverlo:

Il colore è fitto e compatto. Al naso è fragrante, con ricordi di arancia amara, prugna, chiodo di garofano e resina di cipresso; il profilo resta prevalentemente fruttato, su tonalità mature.

Al palato il Chinens 2020 è saldo, ben delineato, senza fronzoli e ampiamente godibile. Non cerca effetti particolari né esibisce una complessità costruita: procede diritto, sostenuto da una materia integra, da un tannino ben assestato e da una freschezza viva. A convincere soprattutto è la dinamica gustativa, intensa e prolungata.

Vino che ricomprerei e consiglierei.

Chinens 2020 – Baronia della Pietra

A Nero d’Avola from Baronia della Pietra, an estate in the Agrigento hinterland that I came to know and appreciate at Vignaioli Contrari—and the wine in the glass bears this out.

According to the technical sheet dedicated to the wine, it is vinified in stainless steel and aged there for one year.

Whenever I open a bottle of Nero d’Avola, I think back to the 1990s, when the variety was fashionable and spearheaded the renaissance of Sicilian wine. Yet that success also encouraged the spread of overly dense interpretations with little sense of identity, often shaped to cater to the prevailing taste and the critics who rewarded it. When that same critical establishment turned towards styles deemed more “refined” and, not infrequently, anaemic, Nero d’Avola paradoxically fell out of favour.

This decline in critical esteem did not, however, bring about a corresponding commercial downturn: in 2020 and 2021, certified Sicilia DOC Nero d’Avola production still approached 50 million bottles, while in 2022 it remained above 43 million.

Meanwhile, the finest interpretations have brought back to the fore what the more homogenised versions had obscured: Nero d’Avola’s ability to become a wine of place, conveying both the work carried out in the vineyard and the nature of its soils. Here, the setting is Contrada Chinesi, in Alessandria della Rocca, in the province of Agrigento, with its limestone-rich soils.

The colour is deep and saturated. The nose is fragrant, with notes of bitter orange, plum, spice and cypress resin; ripe fruit remains the dominant register.

On the palate, Chinens 2020 is firm, well-defined, unfussy and thoroughly enjoyable. It does not reach for showy effects or parade a contrived complexity: it goes straight to the point, supported by a sound core, well-integrated tannins and lively freshness. Most compelling of all is its intense, sustained development across the palate.

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Consigli per la Sturatura, Degustazioni

Sei vini per l’estate 2026

6 vini per l’estate 2026
Soddisfazione senza spendere un capitale

Una piccola selezione di 6 vini assaggiati da L’Enonauta ad uso degli indecisi, dei curiosi, dei meno esperti, del navigatore occasionale del web alla ricerca di vini particolari da bere in estate.

  • Grignolino d’Asti DOC 2024 – Luigi Spertino
  • Vernaccia di San Gimignano DOCG “Tollena” 2023 – Azienda Agricola Tollena
  • Barbera d’Asti Superiore DOCG “Dame ’n Basin” 2022 – Cascina Rey
  • Toscana Bianco IGT “La Cerretina” 2023 – Pacina
  • Valpolicella Classico Superiore DOC “Casalvegri” 2022 – Ca’ La Bionda
  • Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore DOC 2023 – Andrea Felici

L’estate è già iniziata da un po’, ma questi consigli arrivano con il passo di chi, prima di indicare una bottiglia, preferisce berla. Restano comunque due mesi e mezzo: quasi una stagione intera, almeno secondo il calendario elastico dell’Enonauta.


Non è una raccolta di vini “beverini”. La categoria mi sembra ormai abusata e sostanzialmente inutilizzabile, perché finisce per comprendere anche prodotti discutibili.

Penso al vino estivo non come a qualcosa da trangugiare distrattamente durante un dj set sulla spiaggia. Penso a vini da bere a tavola, capaci di accompagnare la cucina della stagione: primi e secondi di pesce, verdure, carni bianche, preparazioni meno elaborate, ma anche piatti saporiti come il cacciucco o una grigliata consumata quando il caldo della giornata comincia a diminuire.

La facilità e la piacevolezza di beva d’altra parte, non dipendono soltanto dalla gradazione alcolica, dal colore o dalla temperatura di servizio. Possono appartenere anche a vini di buona struttura purché stappati nella giusta situazione. Allo stesso modo, un bianco macerato può risultare più adatto alla cucina estiva di certi bianchi color carta, metallici e irrigiditi da molta acidità e poco gusto.

I sei vini scelti non condividono quindi una tipologia o un peso specifico. Li uniscono la capacità di stare a tavola, un’identità riconoscibile e prezzi non sempre popolari in senso stretto, ma ancora lontani dalle cifre richieste per molte etichette prestigiose e, soprattutto, commisurati alla qualità espressa.


Grignolino d’Asti 2024 – Luigi Spertino

Questo Grignolino ha uno dei più bei colorini della storia dei colorini. Indimenticabile rosa cerasuolo con tendenza al ramato, brillantezza unica (senza esagerazioni).

Da Mombercelli, nell’Astigiano. Un rosso dal colore naturalmente chiaro (in questa selezione gli facciamo fare la parte di un rosato) e aromatico, sottile nella struttura ma dotato del tannino caratteristico del vitigno. Fresco, teso ed elegante, con richiami di piccoli frutti, agrumi, spezie e scorza d’arancia.

Trasversalmente potrà accompagnare salumi, verdure, paste ripiene, carni bianche e secondi non troppo elaborati. Servitelo fresco, ma non freddo.

Vernaccia di San Gimignano DOCG “Tollena” 2023 – Azienda Agricola Tollena

Ho incontrato personalmente Borgo Tollena durante le degustazioni di Vignaioli Contrari. “Scoperta” in senso privato, naturalmente: non rivendico primogeniture enoiche.

Vernaccia in purezza; le vigne aziendali si trovano su terreni prevalentemente argillosi, con presenza di scheletro. Breve macerazione a freddo, sosta sulle fecce.

Vellutata in ingresso, pungente poi. Un manuale della Vernaccia.

Colore giallo intenso, ricca di suggestioni olfattive come il narciso, la mela Opal e i limoni freschi; poi tenuemente speziata e vegetale. Il sorso è molto ricco e gustoso, sostenuto da un’acidità ben distribuita e da una componente sapida cospicua.

Un bianco da destinare all’accompagnamento di primi di pesce e alle carni bianche. Pollo al girarrosto e Vernaccia lo trovo da sempre uno degli abbinamenti più riusciti. Se non avete mai provato, provate!

Barbera d’Asti Superiore 2022 “Dame ’n Basin” – Cascina Rey

Lo scorso anno tornai dal Mercato dei Vini Fivi con un nome da aggiungere alla lista delle cantine preferite: Cascina Rey.

Questa che segnalo è una Barbera vera, fresca, vibrante, assolutamente non sfigurata dal passaggio in legno, che invece di  farla diventare una credenza di mogano ne ha invece definito il sorso e la struttura. Il mio personale consiglio è di stapparla, e berla, durante una grigliata serale con salsiccia e rosticciana. 

Barbera in purezza, con circa due settimane di macerazione e oltre un anno di affinamento in barrique di rovere francese.

Toscana Bianco IGT “La Cerretina” 2023 – Pacina

Trebbiano Toscano e Malvasia del Chianti, fermentati spontaneamente con permanenza sulle bucce e successivo affinamento in legni di diversa natura. È un bianco macerato ricco e salino, sostenuto da acidità viva e da una leggera presa tannica. Ha l’anima fragrante della Malvasia e la struttura del Trebbiano, riunite in un sorso di notevole intensità.

Non è il bianco da aperitivo indistinto, ma un vino da portare a tavola. Con il cacciucco, il pesce azzurro, le zuppe di pesce, la trabaccolara e le preparazioni speziate potrà regalarvi migliori emozioni di quel bianco che ordinate per abitudine da anni. E col Tonno del Chianti (di coniglio o maiale non fa differenza) coi fagioli cannellini? Fate una prova e poi mi direte…

Valpolicella Classico Superiore 2022 “Casalvegri” – Ca’ La Bionda

Nasce da Corvina per il 70%, Corvinone per il 20% e Rondinella e Molinara per il restante 10%. Le uve sono utilizzate fresche e provengono da vigneti collinari situati tra 150 e 300 metri, su terreni argillosi, limosi e calcarei. L’affinamento dura 18 mesi in botti di rovere da 3.000 litri.

Un Valpolicella Superiore senza compiacimenti di morbidezza o concentrazione. Tanto frutto rosso, ribes, spezie e rosa; freschezza, struttura articolata ma non pesante e, soprattutto, una precisione, una misura e una persistenza da prima fascia.

Può accompagnare un secondo di carne non troppo elaborato, il coniglio, la faraona o un piatto di pasta al ragù. Ma lo si può rischiare a mio avviso anche in contesti più “obliqui”.

Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore 2023 – Andrea Felici

Verdicchio in purezza proveniente da vigne di età diversa coltivate sulle alture di Apiro. La fermentazione avviene tra acciaio e cemento; una parte delle uve rimane per pochi giorni a contatto con le bucce. Il vino affina sui propri lieviti e non svolge la fermentazione malolattica, conservando così la naturale tensione acida del vitigno.

Verdicchio asciutto e consistente, caratterizzato da reminiscenze di agrumi, frutto chiaro, erbe secche in estate, sapidità e un finale lievemente ammandorlato. È il bianco estivo più classico della selezione, adatto a fritture, primi alle vongole, pesce alla griglia, verdure e carni bianche. In questo caso anche per un aperitivo.

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Degustazioni

Barbaresco Manzola 2011 – Fiorenzo Nada

Quello che sempre mi colpisce nei vini dell’azienda Fiorenzo Nada, oggi condotta da Bruno Nada, è questa chiarissima predisposizione all’invecchiamento: anche dopo anni, nel bicchiere, troviamo vini tonici e di espressività rigorosa.

Che cosa racconta questo Barbaresco Manzola 2011, al di là del dato puramente edonico per cui si è accompagnato mirabilmente a un petto di pollo con funghi porcini, arricchendo una cena familiare di notevole profondità sensoriale?

Racconta, nel mio caso, di un altro 2011 di Langa che col tempo ha dato esiti più congrui di quanto certe gerarchie d’annata lasciassero prevedere.

Manzola, MGA in Treiso. Esposizione sud-ovest, ovviamente Nebbiolo con 24 mesi in botte e 6 mesi in bottiglia.

Il colore è un granato luminoso, perfetto.
Si apre su prevalenti richiami di mora di gelso e chinotto, per poi allargare il campo verso sentori di eucalipto, umami, rabarbaro ed erbe aromatiche. Il chinotto, col tempo, tende a farsi più presente e caratterizzante dentro un quadro olfattivo decisamente ben dispiegato.
Al palato è setoso e risolto, di medio corpo, con acidità viva, cospicua sapidità e buona persistenza. Del tannino si può immaginare un’antica severità, di cui resta una forma, una traccia.
Vino dall’andatura sicura, con lodevole progressione gustativa.

Barbaresco Manzola 2011 – Fiorenzo Nada

What always strikes me in the wines of the Fiorenzo Nada estate, now run by Bruno Nada, is their clear predisposition to ageing: even after many years, the glass reveals wines that remain vibrant, rigorous, and expressive without losing their sense of measure.

What does this Barbaresco Manzola 2011 tell us, beyond the purely hedonistic fact that it paired beautifully with chicken breast and porcini mushrooms, lending remarkable sensory depth to a family dinner?

In my case, it tells of yet another 2011 from the Langhe that has found a convincing, fully resolved form over time. After all, wine does not question vintage rankings, nor does it allow its own achievement to be contaminated by the forecasts of experts.

Manzola, an MGA in Treiso. South-west exposure, 24 months in oak and 6 months in bottle.

The colour is a perfect, luminous garnet.

It opens with prevailing notes of mulberry and chinotto, then broadens towards hints of eucalyptus, umami, rhubarb and aromatic herbs. With time, the chinotto becomes more present and more defining within an olfactory profile that is decidedly well unfolded.

On the palate it is silky and resolved, medium-bodied, with lively acidity, marked sapidity and good persistence. In the tannin one can still imagine an ancient severity, of which a shape, a trace, remains.

A wine of assured gait and commendable gustatory progression.

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Degustazioni

Flavio Roddolo – il Ronin delle Langhe – venerdì 12 giugno 2026

Flavio Roddolo, il Ronin delle Langhe

Con i vini di Flavio Roddolo, vignaiolo di Monforte d’Alba, si è chiusa venerdì 12 giugno la stagione di degustazioni 2025/26 de L’Enonauta, in collaborazione con Happy Wine e insieme al consueto gruppo di degustatori competenti, curiosi ed esigenti.

Cinque vini per provare ad avvicinare il suo universo vinicolo antico e contadino, di cui Roddolo rimane uno dei pochissimi rappresentanti credibili. Da qui la licenza di chiamarlo Ronin: non per costruire un mito, ma per indicare una postura reale, solitaria, indipendente, poco incline alle mode e alle scorciatoie comunicative.

Uomo dalla fama di solitario e poco ciarliero, Roddolo è artigiano di un vino talvolta rude, ma di grande carattere. Qualcuno potrebbe dire “come in Borgogna”, altri “come una volta”; quasi tutti, però, finiscono per riconoscergli una mano rara, sicura, personale.

Chi, come il sottoscritto, ha avuto la ventura di trascorrere qualche pomeriggio in sua compagnia a Bricco Appiani, non può che confermare questa impressione, aggiungendo però una nota più intima: una vena di malinconia crepuscolare e un attaccamento alla tradizione che, paradossalmente, nei momenti più colloquiali lo portano, quando vuole comunicare qualcosa di unico o sottolineare con discrezione la propria perizia, a sfoderare vecchie annate del suo Cabernet Sauvignon “Bricco Appiani“.

Per un contadino langarolo sarebbe forse stato più facile farlo con un Barolo. Per Flavio Roddolo, invece, il grande orgoglio mi è sempre parso proprio il Cabernet Sauvignon.

Ma veniamo alla serata. Abbiamo stappato nell’ordine:

Barbera d’Alba Superiore 2013

Generoso, tonico, ricco di suggestioni. Fa sempre un certo effetto incontrare un Barbera — declinato al maschile, come farebbe Flavio Roddolo — di tredici anni in questo stato di forma.

Si apre su ricordi ferrosi ed ematici, poi lascia spazio al frutto maturo, alla moka, a un tratto balsamico, prima di tornare in chiusura su una vena sanguigna. Il sorso è ampio, attraversato da un’acidità diffusa, ricco di stimoli e di gusto, integro, saldo, tutt’altro che stanco.

Mi ha ricordato un’altra Barbera d’annata bevuta di recente: la Barbera Francia 2015 di Giacomo Conterno.

Dolcetto d’Alba Superiore 2017

Nel Dolcetto d’Alba Superiore 2017 lo stile Roddolo sembra radicalizzarsi in un vino essenziale, quasi metafisico. Ossuto, severo, con reminiscenze di viola essiccata, mora scura e spezie. Secco, tannico, riservato, ma attraversato da una lunga coda sapida.

Annata e mano sembrano aver collaborato alla nascita di questo Dolcetto scabro: il 2017 ne accentua la concentrazione e l’asciuttezza, Roddolo ne porta in primo piano struttura, sottrazione e spigoli.

Forse non il suo miglior Dolcetto, ma una conferma della sua artigianalità: il vino non come prodotto sempre uguale a se stesso, ma come esito vivo di una stagione, di una vigna e di una mano.

Una mia nota personale: tra 10 anni, sempre ad averne ancora, ne riparliamo.

Nebbiolo d’Alba 2015

Il Nebbiolo d’Alba 2015 è quasi commovente nella sua bontà. Un Nebbiolo delicato e preciso come pochi: dopo averlo versato nei calici, sui volti dei presenti si forma un’espressione di piacere immediata, e il giudizio converge senza esitazioni verso l’idea di un grande vino.

Traslucido, più lontano degli altri dal confine con il rustico, si offre con sentori di ribes, foglia di tè e menta, senza cedimenti né piegamenti evolutivi. Il sorso fila via teso e fresco, lineare, con tannini integrati e un centrobocca emozionante di frutto ancora giovane. A seguire, un finale arioso, lungo, pienamente nel segno del Nebbiolo.

Barolo 2015

Il Barolo 2015 si presenta invece a un punto di evoluzione piuttosto avanzato. Devo dire che non è la prima volta che mi succede con il Barolo di Roddolo, e finisco per pensare che, cercando quel qualcosa in più che qualifichi un Barolo, si possa talvolta pagare un pegno troppo alto.

Mi sono tornate in mente le parole di un altro grande vignaiolo di Monforte d’Alba, che durante una visita ci concesse una lezione approfondita di vinificazione tradizionale e ci disse come, in annate calde e generose come la 2015, fosse necessario accorciare tutti i processi per evitare il rischio della sovramaturazione.

Il vino appare più stagionato al naso che al palato. Emergono sentori di prugna, cuoio, rosmarino, ma anche un fondo di vino evoluto che non si può ignorare. In bocca risulta più convincente: molto più concentrato del Nebbiolo d’Alba, sostenuto da uno scheletro imponente, non stanco quanto il naso farebbe pensare.

Resta però, nel quadro della serata, una delusione. Non un vino crollato, non un vino privo di sostanza, ma un Barolo che sembra avere già speso una parte significativa della propria energia espressiva.

Cabernet Sauvignon Bricco Appiani 2011

Un vino sconfinato, ruvido, animato da una forza che sul momento potrebbe sembrare inarrestabile.

Scuro di colore, con fragranze di Cassis e humus, vegetale autunnale, penetrante e intenso, offre poi altre suggestioni di spezie, balsamiche, vagamente rustiche, che arrivano, ritornano, a ondate. Qualcuno ha scorto il peperone, io personalmente sarei più propenso a rubricare il vegetale come Garrigue, macchia mediterranea o Artemisia comune.

Dopo l’assaggio sul volto dei presenti torna l’espressione già vista col Nebbiolo. Siamo di fronte a un vino di grande caratura.

L’ingresso è denso, deciso, una concentrazione critica di gusto che necessità di qualche minuto per delinearsi. Materico e stratificato, ha una dinamica gustativa articolata e prolungata, dove a prevalere sono il frutto scuro e le erbe aromatiche. È a suo modo equilibrato, grazie al tannino fitto che dà ordine a tutto questo agire. Più che per la forza, per la forma quasi masticabile, coesiva.

Ad averne avuto un bancale, sarebbe andato esaurito.

Viva dunque Flavio Roddolo, e viva tutti gli artigiani del vino: qualunque sia la loro provenienza, qualunque sia la loro filosofia produttiva, quando riescono a consegnare al bevitore qualcosa di così personale, vivo e riconoscibile.

Flavio Roddolo – il Ronin delle Langhe

Flavio Roddolo, the Ronin of the Langhe

With the wines of Flavio Roddolo, vigneron in Monforte d’Alba, the 2025/26 tasting season of L’Enonauta came to a close on Friday, June 12, in collaboration with Happy Wine and with the usual group of competent, curious and demanding tasters.

Five wines offered a way into his ancient, deeply rural wine universe, of which Roddolo remains one of the few truly credible representatives. Hence the licence, not merely graphic, to call him a Ronin: not to build a myth around him, but to indicate a real stance — solitary, independent, little inclined to fashions or communicative shortcuts.

A man with a reputation for being solitary and not especially talkative, Roddolo is the artisan of wines that can sometimes appear rough, but are always marked by character. Some might say “like Burgundy”, others “like wine used to be”; almost everyone, however, ends up recognising in his wines a rare, secure and personal hand.

Those who, like myself, have had the good fortune to spend a few afternoons in his company at Bricco Appiani can only confirm this impression, while adding a more intimate note: a certain crepuscular melancholy, and an attachment to tradition which, paradoxically, in his more conversational moments would lead him — when he wanted to communicate something unique, or discreetly underline his own skill — to bring out old vintages of his Cabernet Sauvignon Bricco Appiani.

For a Langhe farmer, it would perhaps have been easier to do so with a Barolo. In Flavio Roddolo’s case, however, the great source of pride has always seemed to me to be precisely the Cabernet Sauvignon.

Barbera d’Alba Superiore 2013

Generous, tonic, rich in suggestions. It is always somewhat striking to encounter a Barbera — declined in the masculine, as Flavio Roddolo himself would do in Italian — at thirteen years of age and in such precise form.

The nose opens immediately on ferrous and bloody recalls; then come ripe fruit, mocha and balsamic accents, before returning on a sanguine note in the finish. The palate is broad, supported by diffuse acidity, rich in stimuli and flavour, intact, firm, and far from tired.

It reminded me of another aged Barbera I had drunk recently: Giacomo Conterno’s Barbera Francia 2015.

Dolcetto d’Alba Superiore 2017

In the Dolcetto d’Alba Superiore 2017, Roddolo’s style applied to Dolcetto seems to radicalise itself into an essential, almost metaphysical wine. Bony, severe, with reminiscences of dried violet, dark blackberry and spices. Dry, tannic, reserved, yet crossed by a long savoury tail.

Vintage and hand seem to have worked together in shaping this rough-hewn Dolcetto: 2017 accentuates its concentration and dryness, while Roddolo brings structure, subtraction and edges to the foreground.

Perhaps not his finest Dolcetto, but a confirmation of his artisanal nature: wine not as a product always identical to itself, but as the living outcome of a season, a vineyard and a hand.

Nebbiolo d’Alba 2015

The Nebbiolo d’Alba 2015 is almost moving in its precision and goodness. Once poured into the glasses, an immediate expression of pleasure appeared on the faces of those present: the judgement quickly converged on the idea of a great wine.

Translucent, more distant than the others from the border with rusticity, it moves through redcurrant, tea leaf and mint, with no evolutionary sagging. The palate is tense, fresh, linear, with perfectly integrated tannins and an emotional mid-palate of still-youthful fruit. The finish is airy, long, fully in the sign of Nebbiolo.

Barolo 2015

The Barolo 2015, by contrast, presents itself at an advanced stage of evolution. This is not the first time this has happened to me with Roddolo’s Barolo, and I find myself thinking that, in the search for that extra degree of matter and depth that should qualify a Barolo, one may sometimes pay too high a price.

The words of another great vigneron from Monforte d’Alba came back to me. During a visit, he gave us a detailed lesson in traditional vinification and told us how, in warm and generous vintages, it was necessary to shorten every process in order to avoid overripeness. In this sense, 2015 seems to have required caution.

The nose is further along than the palate: plum, leather, rosemary, but also an undertone of aged wine that cannot be ignored. In the mouth the wine holds up better, thanks to concentration and structure, and does not feel as tired as the aromatic profile might suggest.

And yet, after the Nebbiolo d’Alba 2015, the comparison is unforgiving. The Barolo has more mass, but less grace; more structure, but less emotion. It is not a finished wine, but it is a disappointment.

Cabernet Sauvignon Bricco Appiani 2011

The Cabernet Sauvignon Bricco Appiani 2011 is a broad, rough wine of evident personality.

Dark in colour, it opens on cassis and humus, with an autumnal vegetal note that some read as bell pepper. Personally, I would be more inclined to place it within a register of garrigue, Mediterranean scrub or common mugwort. Spicy, balsamic, vaguely rustic notes follow, returning with good continuity.

After the tasting, something of the expression already seen with the Nebbiolo d’Alba returned to the faces of those present: not because of stylistic affinity, but because of evident quality.

The attack is dense and decisive, with a concentration of flavour that requires a few minutes to find definition. Material and layered, it develops through dark fruit, aromatic herbs and dense tannins, which give order to an important body of matter.

More than for sheer force, it impresses for the cohesive, almost chewable form with which it holds together rusticity, depth and character.

Had there been a pallet of it, it would have sold out.

So long live Flavio Roddolo, and long live all wine artisans, whatever their origin and whatever their production philosophy, when the result manages to be so personal, alive and recognisable.

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Bottiglie, Degustazioni

Trebbiano d’Abruzzo 2023 – Amorotti

Trebbiano d’Abruzzo 2023 – Amorotti

Se il Montepulciano di Amorotti (link) è stato convincente, ma senza entusiasmi, il Trebbiano 2023 dell’Azienda di Loreto Aprutino è stato convincente e a tratti entusiasmante. 

Non trovando dati esatti sulla vinificazione sui canali ufficiali Amorotti, mi affido ai sensi e a quanto riportato da diverse fonti online.

Trebbiano coltivato a tendone, vinificato con attitudine non interventista  e con invecchiamento in tonneau da 2500 litri e sei mesi di bottiglia a seguire. Non escluderei, a gusto, data la tessitura e il volume un periodo sulle fecce.

Il colore è giallo intenso tendente al dorato. Al naso mostra un carattere deciso e originale, con richiami di enotera, nespola matura, miele di cardo e in secondo piano sentori di lime e una traccia vegetale/aromatica.

Al palato è stratificato e rugoso, tiene insieme acidità e materia, la sapidità è ampiamente sopra la media, persistenza e personalità e alccol ben dosato.

Vino di notevole caratura e, insieme, di grande piacevolezza.

Grazie a Il Magazzino/Happy Wine che reperendo le bottiglie mi ha permesso di degustare finalmente i vini Amorotti.

Enonauta/Degustazione di Vino #507 - review - Trebbiano d’Abruzzo 2023 – Amorotti | Trebbiano di grande caratura

Trebbiano d’Abruzzo 2023 – Amorotti

If Amorotti’s Montepulciano had struck me as convincing, though without real excitement, the 2023 Trebbiano from this Loreto Aprutino estate proved convincing and, at times, genuinely exciting.

Since I have not found complete technical details on Amorotti’s official channels, I rely here on my senses and on what is reported by various online sources: Trebbiano d’Abruzzo grown on pergola-trained vines, vinified with an artisanal and low-intervention approach, aged in large 25-hectolitre oak vessels and then further refined in bottle. The volume and texture of the palate also suggest some work on the lees, although I have found no official confirmation of this.

The colour is an intense yellow, already tending towards gold. On the nose it shows a distinctive and original character, with notes of evening primrose, ripe medlar, cardoon honey and, in the background, lime, aromatic herbs and a more vegetal trace.

On the palate it is layered and slightly textured: it brings together acidity and substance, with salinity well above average, good persistence and uncommon personality.

A wine of considerable calibre and, at the same time, great drinking pleasure.

Thanks to Il Magazzino / Happy Wine, whose sourcing of the bottles finally allowed me to taste Amorotti’s wines.

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Bottiglie, Degustazioni

Montepulciano d’Abruzzo 2020 – Amorotti

Montepulciano d’Abruzzo 2020 – Amorotti

Prima di stappare questa bottiglia, ciò che sapevo dell’azienda Amorotti si limitava alla sua provenienza: Loreto Aprutino in provincia di Pescara. Uno dei luoghi più significativi dell’Abruzzo del vino, capace di esprimere interpretazioni importanti e longeve del Montepulciano, e da tempo associato ad alcune delle esperienze più autorevoli della regione.
È un Montepulciano saldo, senza esagerazioni: 14 gradi alcolici, affinamento in botti grandi, colore impenetrabile.
Al naso non è esplosivo, ma continuo, con richiami di cassis, foglia di alloro, spezie scure ed echi balsamici.
In bocca conferma l’impressione iniziale. A spiccare è l’equilibrio fra tannino, acidità e materia, da cui emerge una sapidità indubbiamente cospicua che ci riporta generosamente in fase retrolfattiva il frutto nero e le spezie.
È un vino soddisfacente in senso generale, dotato di apprezzabile serietà, ma anche con pochi guizzi. Come se — pensiero personale e del tutto opinabile — nel tentativo di domare certe naturali e indomabili bizzarrie del Montepulciano, lo si fosse confinato in un vestito un po’ stretto.

Enonauta/Degustazione di Vino #506 - review - Montepulciano d’Abruzzo 2020 – Amorotti | Montepulciano saldo, senza esagerazioni
Montepulciano d’Abruzzo 2021 – Amorotti

Montepulciano d’Abruzzo 2020 – Amorotti


Before opening this bottle, what I knew about Amorotti was limited to its origin: Loreto Aprutino, in the province of Pescara. One of the most significant places in Abruzzo wine, capable of producing important and long-lived interpretations of Montepulciano, and long associated with some of the region’s most authoritative wine experiences.
It is a firm Montepulciano, without excess: 14% alcohol, aged in large oak casks, with an impenetrable colour.
On the nose it is not explosive, but steady, with notes of cassis, bay leaf, dark spices and balsamic echoes.
On the palate it confirms the initial impression. What stands out is the balance between tannin, acidity and substance, from which a clearly substantial savouriness emerges. On the finish, black fruit and spices return generously.
Overall, it is a satisfying wine, marked by an appreciable seriousness, but also by few real flashes of surprise. As if — this is a wholly personal and debatable thought — in the attempt to tame certain natural and untameable quirks of Montepulciano, the wine had been confined in a slightly too-tight suit.

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Bottiglie, Degustazioni

Roero Anime 2022 – Alberto Oggero


Il Roero “Anime” di Alberto Oggero è un bell’esempio di ciò che il Roero può offrire di originalmente buono declinando il Nebbiolo senza inseguire il modello langarolo, ma restituendone una fisionomia territoriale autonoma e riconoscibile.
Nasce da una vecchia vigna, quasi centenaria, a Santo Stefano Roero, su suoli sabbiosi e argillosi. La vinificazione segue un’impostazione tradizionale, con fermentazione spontanea e affinamento in tonneau.
Il colore è chiaro, più orientato al rosso che al granato. Il naso è estroverso e intenso: richiama inizialmente la prugna e la carruba, poi una speziatura misurata e un tratto vegetale-resinoso che fa pensare al cipresso nelle giornate estive.
Al sorso è largo e sostanzioso, più giocato sulla sapidità che sull’austerità tattile. Mostra equilibrio, facilità di beva e una bella compostezza espressiva. Il tannino è educato, la chiusura pulita, senza sbavature.

Enonauta/Degustazione di Vino #505 - review - Roero Anime 2022 - Alberto Oggero | esempio di ciò che il Roero può offrire di originalmente buono
Roero Anime 2022 – Alberto Oggero

Roero “Anime” 2022 – Alberto Oggero


Alberto Oggero’s Roero “Anime” is a fine example of what Roero can offer when it interprets Nebbiolo without trying to imitate the Langhe, instead giving the grape a clearly territorial and independent expression.
It comes from an old, almost century-old vineyard in Santo Stefano Roero, planted on sandy and clayey soils. The winemaking follows a traditional approach, with spontaneous fermentation and ageing in tonneaux.
The colour is pale, leaning more toward red than garnet. The nose is expressive and intense: plum and carob come first, followed by restrained spice and a slightly resinous, vegetal note that recalls cypress trees in summer.
On the palate it is broad and substantial, driven more by savouriness than by tactile austerity. It shows balance, drinkability and a composed expressive profile. The tannins are well-mannered, the finish clean, with no rough edges.

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Degustazioni, Eventi

La Barolata

Barolo 2018: stappare, assaggiare, poi parlare

Resoconto della Barolata di mercoledì 22 aprile al Magazzino.

Dell’annata 2018, per i Barolo, si è parlato e sentito parlare più volte. Quasi mai in termini convintamente positivi; più spesso con cautela, senza sbilanciarsi troppo, quasi temendo il confronto con chi l’aveva battezzata presto come annata fragile, diluita, sostanzialmente negativa.

Soprattutto una certa critica internazionale, a mio avviso, su quell’annata non disse il vero. O, almeno, non tutto il vero.

E poi le annate e le parole non si bevono. Si bevono i vini. La pratica, l’empiria, il cavatappi e il bicchiere prima di tutto. Stappare, assaggiare, e poi parlare.

Proprio perché la 2018 fu davvero un’annata climaticamente problematica nelle Langhe, la critica negativa non nasceva dal nulla. Ma il passaggio automatico da “annata piovosa e complicata” a “Barolo acquosi e privi di tenuta” mi è sempre sembrato quantomeno azzardato; e soprattutto prematuro, ripensando al momento in cui quel giudizio è stato formulato.

La degustazione orizzontale di mercoledì 22 ha permesso di tracciare un distinguo tra il dato climatico, che resta, e la resa concreta dei vini, che va verificata nel bicchiere. Il campione assaggiato, nella sua totalità, non solo ha conservato identità ed energia, ma ha anche suscitato pensieri prospettici su quanto di buono potrebbe ancora riservare nel futuro. Anche lontano.

I vini in degustazione

Barolo Gianetto 2018 — Guido Porro

Serralunga d’Alba · sito aziendale · Serralunga d’Alba su L’Enonauta

Una dimensione inedita per il classicista Guido Porro con questo Gianetto, MGA del comune di Serralunga d’Alba con esposizione sud-est. Riempie la bocca di frutto nonostante uno scheletro poderoso, ed è fragrante, luminoso, filologico nel suo profilo olfattivo: piccoli frutti rossi, un mazzetto di erbe essiccate, chinotto.

Nessuno dei presenti ha dubitato della sua longevità potenziale. Uno dei più apprezzati della serata, grazie a questa rara congiunzione di durezze e delicatezze.

Barolo Castellero 2018 — Giacomo Fenocchio

MGA Castellero, comune di Barolo; azienda a Monforte d’Alba · sito aziendale · Enotour Langhe su L’Enonauta

Barolo classico, figlio di un cru con presenza di sabbia, risulta principalmente balsamico e fruttato, caldo e mediamente corposo, con buona componente acida e tannini indulgenti. Probabilmente il più pronto. Anzi, pronto.

Non il più profondo della serie, ma il più disponibile, e proprio per questo capace di raccontare un volto più immediato e sorridente della 2018.

Barolo 2018 — Massolino

Serralunga d’Alba · scheda aziendale · Serralunga d’Alba su L’Enonauta · Barolo Massolino 2013 su L’Enonauta

Unico Barolo prodotto da Massolino nell’annata 2018, beneficia dell’apporto delle uve aziendali da cui, in altre annate, sarebbero nati i vari cru: Vigna Rionda, Parafada, Margheria e Parussi. Se nei passati assaggi era sempre risultato buono, ma un po’ contratto, oggi mostra invece di essere in un punto di evoluzione in cui appare piuttosto disinvolto e direi anche risolto.

Colore chiarissimo; fragranze di lampone, mandarino, eucalipto, spezia fine, ma si potrebbe continuare. Delicato e al contempo penetrante, pervasivo. Sorso teso, preciso, con acidità innervata e tannini di qualità.

Barolo Mosconi 2018 — E. Pira & Figli / Chiara Boschis

MGA Mosconi, Monforte d’Alba · scheda aziendale · Nebbiolo su L’Enonauta

Lascia interdetti gli amanti del Barolo classico e tradizionale, tra i quali mi annovero, ma piazza un allungo dove complessità e finezza vanno a braccetto. Unico Barolo modernista tra sei classici, a mio avviso fa buona figura.

Più frutto scuro che agrumi, più spezie che radici ed erbe aromatiche, viaggia sicuro fino al finale, dove fa breccia il ricordo del tè nero. Eseguito, per certo, da mano sapiente.

Barolo del Comune di Serralunga d’Alba 2018 — Rivetto

Serralunga d’Alba · scheda aziendale · Serralunga d’Alba su L’Enonauta

Scherzando, l’ho voluto definire un vino metafisico, per quanto di potenziale lascia intendere dietro il velo della sua misurata eleganza. L’equilibrio è la sua qualità principale: per qualcuno ricorda il Pinot Noir, con tutte le cose al loro posto. Sentori di rosa e frutti rossi, scorza d’arancia e bitter. Vino precisissimo.

Barolo Roncaglie 2018 — Eraldo Viberti

MGA Roncaglie, La Morra · scheda aziendale · La Morra su L’Enonauta · Nebbiolo su L’Enonauta

Il più generoso e materico del lotto. Barolo classico nei riferimenti, con un profilo principalmente fruttato, poi liquirizia, bosco, cenni ferrosi e una nota ematica che aggiunge profondità. Il sorso è caldo, pieno, già molto espressivo, con una maturità più evidente rispetto agli altri vini della batteria.

È probabilmente quello che oggi si concede con maggiore immediatezza: meno giocato sulla tensione prospettica, più sulla presenza e sulla pienezza del momento. Anche in questo caso, però, nessuna idea di annata fragile o diluita; semmai una 2018 interpretata sul versante della consistenza e della generosità.

Barolo Monvigliero 2018 — Fratelli Alessandria

Verduno · scheda aziendale · Nebbiolo su L’Enonauta

Quintessenza del Barolo di Verduno, ma anche del Barolo in senso lato. Potente, tanto radicalmente asciutto nella forma quanto profondamente saporito e vigoroso. Rosa, gelso, incenso, lampone, alloro.

Vino essenziale, idea di vino che esce dalla grotta delle ombre platonica.

Conclusioni

Si rinnova il piacere della condivisione delle buone bottiglie con il pubblico competente ed esigente del Magazzino Vino e Vino – Happy Wine.

Dell’annata 2018 per il Barolo, dopo questa serata, cosa possiamo affermare?

Ammesso che non sia stata la più grande delle annate, oggi, a un checkpoint gustativo di mezza corsa, il campione esaminato racconta altro rispetto alla caricatura di una vendemmia fragile o acquosa. Racconta tensione, ricchezza gustativa, tenuta, identità territoriale ed estrema fedeltà alla tipologia.

Non una 2018 da celebrare in blocco, dunque, ma nemmeno da archiviare con formule sbrigative. I vini assaggiati hanno mostrato energia, precisione e prospettiva: qualità che appartengono ai Barolo veri, e che il tempo, almeno per ora, non sembra aver indebolito.

Barolo 2018: open, taste, then speak

Report from the Barolata held on Wednesday, 22 April, at Magazzino.

The 2018 vintage for Barolo has been discussed many times. Rarely in openly positive terms; more often with caution, with a certain hesitation, almost as if there were some fear of contradicting those who had labelled it early on as a fragile, diluted, essentially negative vintage.

In my view, a certain strand of international criticism did not tell the truth about that vintage. Or at least, not the whole truth.

And in any case, vintages and words are not what we drink. We drink wines. Practice, empiricism, corkscrew and glass must come first. Open, taste, and only then speak.

Precisely because 2018 really was a climatically problematic vintage in the Langhe, the negative criticism did not come out of nowhere. But the automatic leap from “rainy and complicated vintage” to “watery Barolos with no ageing potential” has always seemed to me at least questionable; and above all premature, considering when that judgement was made.

The horizontal tasting held on Wednesday 22 made it possible to draw a distinction between the climatic data, which remain, and the actual performance of the wines, which must be verified in the glass. The sample tasted, in its entirety, not only retained identity and energy, but also raised forward-looking thoughts about how much good it may still have to offer in the future. Even a distant one.

Wines tasted

Barolo Gianetto 2018 — Guido Porro

Serralunga d’Alba · winery website · Serralunga d’Alba on L’Enonauta

An almost unexpected dimension for a classicist such as Guido Porro. This Gianetto, from the MGA of the same name in the commune of Serralunga d’Alba, with south-east exposure, fills the mouth with fruit despite its powerful frame. It is fragrant, luminous, almost philological in its aromatic profile: small red berries, a small bunch of dried herbs, chinotto.

None of those present had any doubt about its ageing potential. One of the most appreciated wines of the evening, thanks to this rare conjunction of firmness and delicacy.

Barolo Castellero 2018 — Giacomo Fenocchio

MGA Castellero, commune of Barolo; winery based in Monforte d’Alba · winery website · Enotour Langhe on L’Enonauta

A classic Barolo, born from a cru with a sandy component, mainly balsamic and fruit-driven, warm and medium-bodied, with good acidity and indulgent tannins. Probably the most ready of the group. In fact, ready.

Not the deepest wine in the line-up, but the most immediately open, and for that very reason capable of showing a more accessible and smiling side of the 2018 vintage.

Barolo 2018 — Massolino

Serralunga d’Alba · winery sheet · Serralunga d’Alba on L’Enonauta · Barolo Massolino 2013 on L’Enonauta

The only Barolo produced by Massolino in the 2018 vintage, it benefits from the contribution of estate grapes that, in other years, would have gone into the various crus: Vigna Rionda, Parafada, Margheria and Parussi. In previous tastings it had always seemed good, but somewhat compressed; today, instead, it appears to have reached a stage of evolution in which it is rather relaxed, and I would even say resolved.

Very pale in colour; aromas of raspberry, mandarin, eucalyptus, fine spice — and one could go on. Delicate and, at the same time, penetrating, pervasive. A taut, precise palate, with well-wired acidity and high-quality tannins.

Barolo Mosconi 2018 — E. Pira & Figli / Chiara Boschis

MGA Mosconi, Monforte d’Alba · winery sheet · Nebbiolo on L’Enonauta

It may leave lovers of classic and traditional Barolo — among whom I count myself — somewhat unsettled, but it makes a long stride where complexity and finesse go hand in hand. The only modernist Barolo among six classical wines, in my view it acquits itself very well.

More dark fruit than citrus, more spices than roots and aromatic herbs, it moves confidently through to the finish, where a memory of black tea breaks through. Clearly executed by a skilled hand.

Barolo del Comune di Serralunga d’Alba 2018 — Rivetto

Serralunga d’Alba · winery sheet · Serralunga d’Alba on L’Enonauta

Half-jokingly, I called it a metaphysical wine, because of the potential it seems to suggest behind the veil of its measured elegance. Balance is its main quality: for some, it recalled Pinot Noir, with everything in its proper place. Notes of rose and red fruit, orange peel and bitter. An extremely precise wine.

Barolo Roncaglie 2018 — Eraldo Viberti

MGA Roncaglie, La Morra · winery sheet · La Morra on L’Enonauta · Nebbiolo on L’Enonauta

The most generous and material wine of the line-up. Classical Barolo in its references, with a mainly fruit-driven profile, then liquorice, woodland, ferrous hints and a blood-like note that adds depth. The palate is warm, full, already highly expressive, with a more evident maturity than the other wines in the flight.

It is probably the wine that gives itself most readily today: less centred on future tension, more on presence and fullness in the moment. Here too, however, there is no sense of a fragile or diluted vintage; rather, this is a 2018 interpreted on the side of consistency and generosity.

Barolo Monvigliero 2018 — Fratelli Alessandria

Verduno · winery sheet · Nebbiolo on L’Enonauta

The quintessence of Barolo from Verduno, but also of Barolo in a broader sense. Powerful, as radically dry in form as it is deeply savoury and vigorous. Rose, mulberry, incense, raspberry, bay leaf.

An essential wine: an idea of wine emerging from the Platonic cave of shadows.

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Bianchi Macerati, Degustazioni

Vermentino Orange 2024 – Incontri

Vermentino Orange 2024 – Incontri


Da Suvereto, in Val di Cornia, nella Maremma livornese, arriva questo Vermentino atipico, ottenuto con macerazione e affinato per 24 mesi in cemento vetrificato.
L’azienda Incontri si può considerare, credo, pionieristica nel proprio territorio per quanto riguarda sia la scelta del biodinamico/biologico sia il ricorso alla macerazione su un vitigno come il Vermentino, del quale abbondano invece interpretazioni più tecniche, orientate soprattutto allo sviluppo dei profumi e a un profilo più acido e scattante. Ricordo che, quando assaggiai per la prima volta il Vermentino di Incontri, in Toscana non erano molti a dedicarsi alla macerazione dei vitigni bianchi.
Qui, invece, siamo di fronte a un Vermentino materico, dal colore tendente all’ambrato, ma privo di residui e opacità. È un vino mutevole, che sfugge a una descrizione legata al solo primo momento dello stappo. Se all’inizio richiama il mastice, il fiore d’elicriso e un accenno speziato, con l’arieggiamento tende a restituire in misura crescente reminiscenze di purea di pesca ed erbe aromatiche. Ha fatto bene a restare aperto, e persino già versato nel bicchiere.
Il sorso è tipicamente orange: ruvido, spesso, sapido. Il basso tenore alcolico lo rende un compagno di tavola disinvolto, come ha dimostrato bene accanto a un pollo arrosto con fagioli. Non è un vino trascendentale, ma nel contesto degli orange è un’esecuzione piacevole e centrata, personale senza forzature.

Vermentino Orange 2024 – Incontri


From Suvereto, in the Val di Cornia area of the Livorno Maremma, comes this atypical Vermentino, made with skin maceration and aged for 24 months in vitrified concrete.
I believe Incontri can be regarded as something of a pioneer in its home area, both for its organic approach and for choosing maceration with a grape such as Vermentino, which is more often interpreted in a technical style focused on aromatic definition and a sharper, more acid-driven profile. I remember that when I first tasted Incontri’s Vermentino, not many producers in Tuscany were working with macerated white grapes.
Here, by contrast, we have a textural Vermentino, amber-leaning in color yet free of cloudiness or sediment. It is a changeable wine, one that resists being described only through the first impression after opening. At first it recalls mastic, helichrysum blossom, and a faint spicy note; with air, it increasingly releases suggestions of peach purée and aromatic herbs. It benefited from being left open, even poured into the glass in advance.
The palate is typically orange in style: rugged, thick-textured, and savory. Its low alcohol makes it an easygoing table companion, as it proved alongside roast chicken with beans. It is not a transcendent wine, but within the orange category it is a pleasing and well-judged example, individual without feeling forced.

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