Bottiglie, Degustazioni

Fiano Don Chisciotte 2007 – Zampaglione

Fiano Don Chisciotte 2007 – Zampaglione

Pasqua avara, ma il dopo Pasqua si apre con questo cimelio riportato dall’ultima edizione di Viniveri a Cerea.

Fiano vinificato tradizionalmente a Calitri, alta Irpinia, quasi Basilicata.

Al banco a Cerea si rimane colpiti dalla forza e dalla precisione con cui si esprime questo vino. I cui profumi e il cui gusto ricordano quanto espresso nelle annate più recenti a sottolineare un’idea e una identità netta, ma se vogliamo con ancora più riconoscibilità.

Il colore è giallo scuro, meno tendente all’arancio di quanto appaia in foto, ed è appena velato. E non lo definirei un orange wine. Lo classificherei più come un bianco tradizionale. Non è un orange. Degli orange non ha la vena confusionaria che spesso li contraddistingue al naso e non ha quel tocco un po’ sgraziato da cui spesso, non tutti specifichiamo, vengono caratterizzati.

Sentori di nespole, elicriso secco, caramella d’orzo, datteri, col passare del tempo si concentrano aromi di purea di albicocche, cera d’api, il piretro che avevo riscontrato nel 2020 bevuto, e raccontato, da poco.

Il Sorso è secco, incisivo, piuttosto preciso nelle sue suggestioni, molto equilibrato e persistente. Dotato di una eleganza rustica e confortevole, per analogia come una bella giacca alla cacciatora di panno. Il ritorno del frutto nel centrobocca e sul finale brilla per integrità, e nel complesso è certamente un vino dalla spiccata personalità.

È uno dei pochi vini che mi sentirei di paragonare al Trebbiano di Valentini. Proprio per il fatto che al pari suo non somiglia a nessun altro vino e si somigliano in questo. Nell’essere unici e tradizionalmente fuori da ogni schema.

Nel momento in cui chiudo questa nota l’ultimo gróndo di vino e di residui sono nel bicchiere da 48 ore. Non c’è traccia di derive. Purea di albicocche, c’era d’api, vegetale aromatico. Uno stress test che mi capita talvolta di fare con quei vini che sembrano avere un bel rapporto con l’aria.

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Oi Nì 2019 – Tenuta Scuotto

Oi Nì 2019 – Tenuta Scuotto

Campania Fiano Igp

Vigne a Lapio, 500 mt. l’altitudine. Fiano vinificato in botti ovali alsaziane da 25 hl con lunga sosta sulle fecce fini.

Che si può dire di Oi Nì della Tenuta Scuotto? Che è un superfiano si può dire? O sembra riduttivo perché riconduce a un’universo enoico diverso e abusato?
Posso dire che è un vino lussureggiante, generoso, a tratti paradossale, di grande impatto, dal colore giallo quasi dorato e dal corredo aromatico intenso, con ricordi di zafferano, pesca gialla matura, narciso, miele millefiori, ananas disidratato. Al palato si presente stratificato, caldo e avvolgente, senza lesinare in freschezza e vitalità. Il sorso, che ha grande esattezza pur nella sua caleidoscopica varietà di stimoli, ti porta lontano, senza finire mai di incitarti alla scoperta.
Buono adesso, ma avendo testato un 2013 non molto tempo fa con enorme soddisfazione posso prevedere anche per questo 2019 un futuro radioso.
In abbinamento alle uova affrittellate con formaggio misto stagionato della Montagna Pistoiese e tartufo bianco.

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Fiano Particella 928 – Cantina Del BARONE

Fiano Particella 928 – Cantina Del BARONE

Campania Fiano IGP

Fiano che fermenta spontaneamente e affina sulle fecce prima e in bottiglia poi.
Uva da un singolo vigneto in Cesinali (AV).

La premessa da fare è che è un vino ottimo. Ottimo, suggestivo, di carattere e con una identità particolare che lo rende riconoscibile.
Per quanto già ottimo, come premesso, questo è un vino che suggerisce chiaramente di avere in nuce un altro vino che assaporerai tra qualche anno quando la volontà umana e il caso troveranno un incastro che potrà essere magico e fortuito, frutto di intuizione, più semplicemente figlio della buona conservazione o tutte queste cose insieme.
Per oggi mi contento di bere questo ottimo vino, che non è per tutti.

Il colore è giallo vivo, profumi di mandarino, nespola, floreale di ginestra, incursioni vegetali di verbena, erba medica, poi ancora frutto tropicale come il mango, note petrose, cera d’api.
Il tutto sembra una promessa, una anteprima di qualcosa che sta per accadere.
Il sorso è secco e salino, a tratti ruvido, c’è intensità gustativa e presenza, spessore, acidità ben diffusa e nel bel finale aperto si rievocano la nespola, lo zafferano, qualcosa di appena citrico.

I miei complimenti a Luigi Sarno per questa bottiglia.

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