Flavio Roddolo, il Ronin delle Langhe
Con i vini di Flavio Roddolo, vignaiolo di Monforte d’Alba, si è chiusa venerdì 12 giugno la stagione di degustazioni 2025/26 de L’Enonauta, in collaborazione con Happy Wine e insieme al consueto gruppo di degustatori competenti, curiosi ed esigenti.
Cinque vini per provare ad avvicinare il suo universo vinicolo antico e contadino, di cui Roddolo rimane uno dei pochissimi rappresentanti credibili. Da qui la licenza di chiamarlo Ronin: non per costruire un mito, ma per indicare una postura reale, solitaria, indipendente, poco incline alle mode e alle scorciatoie comunicative.
Uomo dalla fama di solitario e poco ciarliero, Roddolo è artigiano di un vino talvolta rude, ma di grande carattere. Qualcuno potrebbe dire “come in Borgogna”, altri “come una volta”; quasi tutti, però, finiscono per riconoscergli una mano rara, sicura, personale.
Chi, come il sottoscritto, ha avuto la ventura di trascorrere qualche pomeriggio in sua compagnia a Bricco Appiani, non può che confermare questa impressione, aggiungendo però una nota più intima: una vena di malinconia crepuscolare e un attaccamento alla tradizione che, paradossalmente, nei momenti più colloquiali lo portano, quando vuole comunicare qualcosa di unico o sottolineare con discrezione la propria perizia, a sfoderare vecchie annate del suo Cabernet Sauvignon “Bricco Appiani“.
Per un contadino langarolo sarebbe forse stato più facile farlo con un Barolo. Per Flavio Roddolo, invece, il grande orgoglio mi è sempre parso proprio il Cabernet Sauvignon.
Ma veniamo alla serata. Abbiamo stappato nell’ordine:
Barbera d’Alba Superiore 2013
Generoso, tonico, ricco di suggestioni. Fa sempre un certo effetto incontrare un Barbera — declinato al maschile, come farebbe Flavio Roddolo — di tredici anni in questo stato di forma.
Si apre su ricordi ferrosi ed ematici, poi lascia spazio al frutto maturo, alla moka, a un tratto balsamico, prima di tornare in chiusura su una vena sanguigna. Il sorso è ampio, attraversato da un’acidità diffusa, ricco di stimoli e di gusto, integro, saldo, tutt’altro che stanco.
Mi ha ricordato un’altra Barbera d’annata bevuta di recente: la Barbera Francia 2015 di Giacomo Conterno.
Dolcetto d’Alba Superiore 2017
Nel Dolcetto d’Alba Superiore 2017 lo stile Roddolo sembra radicalizzarsi in un vino essenziale, quasi metafisico. Ossuto, severo, con reminiscenze di viola essiccata, mora scura e spezie. Secco, tannico, riservato, ma attraversato da una lunga coda sapida.
Annata e mano sembrano aver collaborato alla nascita di questo Dolcetto scabro: il 2017 ne accentua la concentrazione e l’asciuttezza, Roddolo ne porta in primo piano struttura, sottrazione e spigoli.
Forse non il suo miglior Dolcetto, ma una conferma della sua artigianalità: il vino non come prodotto sempre uguale a se stesso, ma come esito vivo di una stagione, di una vigna e di una mano.
Una mia nota personale: tra 10 anni, sempre ad averne ancora, ne riparliamo.
Nebbiolo d’Alba 2015
Il Nebbiolo d’Alba 2015 è quasi commovente nella sua bontà. Un Nebbiolo delicato e preciso come pochi: dopo averlo versato nei calici, sui volti dei presenti si forma un’espressione di piacere immediata, e il giudizio converge senza esitazioni verso l’idea di un grande vino.
Traslucido, più lontano degli altri dal confine con il rustico, si offre con sentori di ribes, foglia di tè e menta, senza cedimenti né piegamenti evolutivi. Il sorso fila via teso e fresco, lineare, con tannini integrati e un centrobocca emozionante di frutto ancora giovane. A seguire, un finale arioso, lungo, pienamente nel segno del Nebbiolo.
Barolo 2015
Il Barolo 2015 si presenta invece a un punto di evoluzione piuttosto avanzato. Devo dire che non è la prima volta che mi succede con il Barolo di Roddolo, e finisco per pensare che, cercando quel qualcosa in più che qualifichi un Barolo, si possa talvolta pagare un pegno troppo alto.
Mi sono tornate in mente le parole di un altro grande vignaiolo di Monforte d’Alba, che durante una visita ci concesse una lezione approfondita di vinificazione tradizionale e ci disse come, in annate calde e generose come la 2015, fosse necessario accorciare tutti i processi per evitare il rischio della sovramaturazione.
Il vino appare più stagionato al naso che al palato. Emergono sentori di prugna, cuoio, rosmarino, ma anche un fondo di vino evoluto che non si può ignorare. In bocca risulta più convincente: molto più concentrato del Nebbiolo d’Alba, sostenuto da uno scheletro imponente, non stanco quanto il naso farebbe pensare.
Resta però, nel quadro della serata, una delusione. Non un vino crollato, non un vino privo di sostanza, ma un Barolo che sembra avere già speso una parte significativa della propria energia espressiva.
Cabernet Sauvignon Bricco Appiani 2011
Un vino sconfinato, ruvido, animato da una forza che sul momento potrebbe sembrare inarrestabile.
Scuro di colore, con fragranze di Cassis e humus, vegetale autunnale, penetrante e intenso, offre poi altre suggestioni di spezie, balsamiche, vagamente rustiche, che arrivano, ritornano, a ondate. Qualcuno ha scorto il peperone, io personalmente sarei più propenso a rubricare il vegetale come Garrigue, macchia mediterranea o Artemisia comune.
Dopo l’assaggio sul volto dei presenti torna l’espressione già vista col Nebbiolo. Siamo di fronte a un vino di grande caratura.
L’ingresso è denso, deciso, una concentrazione critica di gusto che necessità di qualche minuto per delinearsi. Materico e stratificato, ha una dinamica gustativa articolata e prolungata, dove a prevalere sono il frutto scuro e le erbe aromatiche. È a suo modo equilibrato, grazie al tannino fitto che dà ordine a tutto questo agire. Più che per la forza, per la forma quasi masticabile, coesiva.
Ad averne avuto un bancale, sarebbe andato esaurito.
Viva dunque Flavio Roddolo, e viva tutti gli artigiani del vino: qualunque sia la loro provenienza, qualunque sia la loro filosofia produttiva, quando riescono a consegnare al bevitore qualcosa di così personale, vivo e riconoscibile.

Flavio Roddolo, the Ronin of the Langhe
With the wines of Flavio Roddolo, vigneron in Monforte d’Alba, the 2025/26 tasting season of L’Enonauta came to a close on Friday, June 12, in collaboration with Happy Wine and with the usual group of competent, curious and demanding tasters.
Five wines offered a way into his ancient, deeply rural wine universe, of which Roddolo remains one of the few truly credible representatives. Hence the licence, not merely graphic, to call him a Ronin: not to build a myth around him, but to indicate a real stance — solitary, independent, little inclined to fashions or communicative shortcuts.
A man with a reputation for being solitary and not especially talkative, Roddolo is the artisan of wines that can sometimes appear rough, but are always marked by character. Some might say “like Burgundy”, others “like wine used to be”; almost everyone, however, ends up recognising in his wines a rare, secure and personal hand.
Those who, like myself, have had the good fortune to spend a few afternoons in his company at Bricco Appiani can only confirm this impression, while adding a more intimate note: a certain crepuscular melancholy, and an attachment to tradition which, paradoxically, in his more conversational moments would lead him — when he wanted to communicate something unique, or discreetly underline his own skill — to bring out old vintages of his Cabernet Sauvignon Bricco Appiani.
For a Langhe farmer, it would perhaps have been easier to do so with a Barolo. In Flavio Roddolo’s case, however, the great source of pride has always seemed to me to be precisely the Cabernet Sauvignon.
Barbera d’Alba Superiore 2013
Generous, tonic, rich in suggestions. It is always somewhat striking to encounter a Barbera — declined in the masculine, as Flavio Roddolo himself would do in Italian — at thirteen years of age and in such precise form.
The nose opens immediately on ferrous and bloody recalls; then come ripe fruit, mocha and balsamic accents, before returning on a sanguine note in the finish. The palate is broad, supported by diffuse acidity, rich in stimuli and flavour, intact, firm, and far from tired.
It reminded me of another aged Barbera I had drunk recently: Giacomo Conterno’s Barbera Francia 2015.
Dolcetto d’Alba Superiore 2017
In the Dolcetto d’Alba Superiore 2017, Roddolo’s style applied to Dolcetto seems to radicalise itself into an essential, almost metaphysical wine. Bony, severe, with reminiscences of dried violet, dark blackberry and spices. Dry, tannic, reserved, yet crossed by a long savoury tail.
Vintage and hand seem to have worked together in shaping this rough-hewn Dolcetto: 2017 accentuates its concentration and dryness, while Roddolo brings structure, subtraction and edges to the foreground.
Perhaps not his finest Dolcetto, but a confirmation of his artisanal nature: wine not as a product always identical to itself, but as the living outcome of a season, a vineyard and a hand.
Nebbiolo d’Alba 2015
The Nebbiolo d’Alba 2015 is almost moving in its precision and goodness. Once poured into the glasses, an immediate expression of pleasure appeared on the faces of those present: the judgement quickly converged on the idea of a great wine.
Translucent, more distant than the others from the border with rusticity, it moves through redcurrant, tea leaf and mint, with no evolutionary sagging. The palate is tense, fresh, linear, with perfectly integrated tannins and an emotional mid-palate of still-youthful fruit. The finish is airy, long, fully in the sign of Nebbiolo.
Barolo 2015
The Barolo 2015, by contrast, presents itself at an advanced stage of evolution. This is not the first time this has happened to me with Roddolo’s Barolo, and I find myself thinking that, in the search for that extra degree of matter and depth that should qualify a Barolo, one may sometimes pay too high a price.
The words of another great vigneron from Monforte d’Alba came back to me. During a visit, he gave us a detailed lesson in traditional vinification and told us how, in warm and generous vintages, it was necessary to shorten every process in order to avoid overripeness. In this sense, 2015 seems to have required caution.
The nose is further along than the palate: plum, leather, rosemary, but also an undertone of aged wine that cannot be ignored. In the mouth the wine holds up better, thanks to concentration and structure, and does not feel as tired as the aromatic profile might suggest.
And yet, after the Nebbiolo d’Alba 2015, the comparison is unforgiving. The Barolo has more mass, but less grace; more structure, but less emotion. It is not a finished wine, but it is a disappointment.
Cabernet Sauvignon Bricco Appiani 2011
The Cabernet Sauvignon Bricco Appiani 2011 is a broad, rough wine of evident personality.
Dark in colour, it opens on cassis and humus, with an autumnal vegetal note that some read as bell pepper. Personally, I would be more inclined to place it within a register of garrigue, Mediterranean scrub or common mugwort. Spicy, balsamic, vaguely rustic notes follow, returning with good continuity.
After the tasting, something of the expression already seen with the Nebbiolo d’Alba returned to the faces of those present: not because of stylistic affinity, but because of evident quality.
The attack is dense and decisive, with a concentration of flavour that requires a few minutes to find definition. Material and layered, it develops through dark fruit, aromatic herbs and dense tannins, which give order to an important body of matter.
More than for sheer force, it impresses for the cohesive, almost chewable form with which it holds together rusticity, depth and character.
Had there been a pallet of it, it would have sold out.
So long live Flavio Roddolo, and long live all wine artisans, whatever their origin and whatever their production philosophy, when the result manages to be so personal, alive and recognisable.


L’Enonauta è un navigatore.
A spingere il suo natante di tappi di sughero, nel grande mare delle cose del vino, sono il vento della curiosità, la “sete di conoscenza” e il piacere di condividere la mensa e la bottiglia. Non ha pregiudizi, non teme gli imprevisti, cambia volentieri idea, beve tutto con spirito equanime pur conservando le sue preferenze.
E questo blog è un diario di bordo a più voci, fatto di sensazioni e mai di giudizi. Sensazioni irripetibili, racconti di cantina, note di degustazione, percezioni talvolta chiare e talvolta oscure, non discorso sul vino, ma discorso dal vino e nel vino. Con l’umiltà di chi sa bene che il dominio dell’ancora da scoprire è vasto, che le bottiglie di vino sono tante e ci vuole molto impegno per berle tutte.











