Degustazioni, Eventi

Stappa Montespertoli 2025: Enogea traccia i confini, i vignaioli ci mettono l’anima

Tornare a Montespertoli per noi di Enonauta è sempre un piacere particolare, quasi un ritorno a casa. C’è un’energia diversa qui, palpabile, che si respira non appena si scendono le colline che guardano verso la Val di Pesa e la Val d’Elsa. È l’energia di una giovane generazione di viticoltori che, riunita in un’Associazione nata solo nel 2022, sta portando avanti un’evoluzione del territorio incredibilmente seria, profonda e per nulla di facciata.

L’occasione per questo nuovo viaggio è stata cruciale: la presentazione ufficiale della prima mappa dei vigneti di Enogea, avvenuta lunedì primo dicembre presso il MuTer – Museo del Territorio. Non si tratta solo di cartografia, ma di una fotografia nitida che mancava per mettere a fuoco la complessità di questo comune.

Montespertoli: la sottozona più vitata del Chianti e il lavoro dell’Associazione



A svelare il lavoro è stato Alessandro Masnaghetti, il “cartografo del vino” per eccellenza , che ha delineato un quadro dove Montespertoli emerge non solo come la sottozona più densamente vitata del Chianti DOCG, ma come un gigante che, con i suoi 2215 ettari, supera per superficie vitata complessiva i comuni del Chianti Classico. Un lavoro certosino che, incrociando il Catasto Ferdinandeo Leopoldino con la geologia locale, ha portato all’individuazione di ben 18 diverse Unità Geografiche. Come ha sottolineato il presidente dell’Associazione Giulio Tinacci, questo è un tassello fondamentale per passare dalla semplice produzione alla consapevolezza dell’identità territoriale.

Dalla teoria al bicchiere: la degustazione Stappa Montespertoli 2025


Ma dopo la teoria, la pratica. E a Montespertoli la pratica è sempre conviviale, schietta, autentica. La degustazione che ha seguito la presentazione, accompagnata da un piccolo ma eccellente buffet di prodotti a km 0, ha confermato tutte le ragioni del nostro amore per questa enclave toscana in cui i vini hanno smesso di inseguire modelli esterni per abbracciare una “sincerità” disarmante. Non sono vini banali, tutt’altro. Sono vini freschi, di grande beva, dove si nota un uso diffuso e sapiente delle uve bianche anche nella vinificazione dei rossi – pratica antica che qui non perde di attualità – e una grande libertà mentale nell’uscire dai disciplinari quando questi stanno troppo stretti alla creatività.

Non solo vino, però. Il pranzo è stato l’occasione per scoprire anche il secondo cuore pulsante del territorio: l’olio extravergine di oliva, con un progetto di brandizzazione collettiva innovativo e identitario. L’idea è forte: unire diverse realtà sotto un’unica veste grafica. Non si tratta di un unico olio: ogni azienda produce i propri “cru” di extravergine, mantenendo le proprie caratteristiche uniche, ma tutti escono con la stessa etichetta “Diciannove”, differenziata soltanto dal nome del produttore in calce. È un modo intelligente per fare sistema garantendo e segnalando al contempo standard altissimi.

Tornando ai calici, girando tra i banchi d’assaggio delle 13 aziende associate, il taccuino si è riempito velocemente di appunti felici.

Produttori e vini in assaggio

Interessantissimo il lavoro della Fattoria di Bonsalto che con il loro Primomarzo rilancia con coraggio l’uva autoctona Boggione, regalandoci un sorso che sa di storia ma con una pulizia moderna. Da Tenuta Barbadoro abbiamo assaggiato il futuro: dopo anni di esperimenti, è infatti arrivato in degustazione – direttamente dalla vasca – uno Chardonnay ancora senza nome; manca l’etichetta, ma c’è già tutto il resto: materia, tensione e la promessa di un bianco di personalità. Impossibile non godere con i calici de La Lupinella e di Montalbino, che portano in assaggio bottiglie decisamente “divertenti” nell’accezione più nobile del termine: gastronomici, versatili, perfetti compagni di un pasto intero ma capaci di prolungarsi fino alla merenda pomeridiana tra pane e salame. Beva pericolosa, nel senso migliore possibile, ovvero inarrestabile. Trova spazio anche il metodo classico con la Fattoria La Leccia, che con il suo Rubedo dimostra come il Sangiovese sappia farsi bollicina certamente di carattere ma anche di finezze aromatiche. E per chiudere in dolcezza, l’opulento occhio di pernice della Fattoria La Gigliola non ci ha fatto rimpiangere troppo il sempre lodevole vin santo delle Fattorie Parri, stavolta assenti ai banchi di assaggio, che riteniamo un po’ l’emblema dei vini dolci del territorio.


Montespertoli si conferma dunque un laboratorio a cielo aperto dove geologia complessa e mano umana stanno trovando una sintesi felice. La mappa di Masnaghetti ha tracciato i confini e il profilo fisico del Comune, le etichette del consorzio e il progetto “Diciannove” quelli della cooperazione, ma sono sempre i vignaioli a riempire il tutto di contenuti emozionanti con la loro calorosa predisposizione all’accoglienza e alla familiarità, che impronta fin nei bicchieri il carattere dei loro stessi prodotti.

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Raccontare il Mercato Fivi attraverso i suoi vini

Il Mercato dei Vini Fivi e il vigneto italiano

Venerdì 28 novembre – Magazzino 19 – Pistoia. A cura di enonauta.it e happywine.it

Se è vero che il vigneto italiano è tra i più vari al mondo per numero di varietà autoctone, rare, riscoperte, antiche, semiabbandonate, quasi estinte, allora il Mercato dei Vini Fivi è, tra le manifestazioni dedicate al vino italiano, la testimonianza più nitida e concreta di questa ricchezza.

Tra le proposte dei banchi, accanto alle varietà più famose e affermate, abbondano quelle meno note, con un pubblico per lo più locale e una lunga storia di abbinamenti felici con la cucina popolare, ma che raramente arrivano fuori regione. È proprio lì, in quelle etichette che non abbiamo mai incrociato, che il vigneto italiano svela la sua parte meno raccontata. Qualche approfondimento qui.

Una serata alla cieca per raccontare il Mercato Fivi 2026

Al Mercato Fivi 2026 io e Riccardo Viganò ci siamo dati un proposito semplice: non bere per affezione o per abitudine, e fermarci solo dove non ci eravamo mai seduti prima. Ne siamo tornati con un bel numero di vini mai incontrati, quelli con cui abbiamo deciso di costruire una serata che ci è sembrata il modo più fedele di raccontare l’essenza del Mercato dei Vini Fivi: più che l’ennesimo resoconto sulle bevute, sull’afflusso di pubblico e sull’inevitabile prezzo esoso dei panini dei food truck.

Sul tavolo, rigorosamente alla cieca, c’erano otto vini. Più un nono, un Sangiovese del Casale di Certaldo aperto prima di cominciare, mentre si preparavano la sala e i bicchieri. Niente etichette, solo numeri, colori nel bicchiere, profumi e qualche supposizione detta a mezza voce.

La prima coppia di bianchi divide subito i presenti. Da una parte il Derthona di Canevaro, Timorasso non macerato, tecnico, classico nello stile: un promemoria liquido del fatto che questo vitigno non è soltanto “macerazione estrema”. Dall’altra l’Anisos di Eugenio Rosi, macerato di grande eleganza e sapidità, che lavora più sui piani della profondità e della tessitura che su quelli della “pulizia” scolastica. La scelta di accostarli non era casuale: era un modo per mettere in scena, fin dall’inizio, due strade possibili dell’interpretazione contemporanea di un bianco italiano.

La seconda coppia, Groppello di Revò e Le Rêve di Betemps, crea un disorientamento ancora più netto. Qui manca quasi del tutto un repertorio condiviso a cui appoggiarsi: non ci sono ricordi di annate precedenti, non ci sono tipologie “sicure” in cui incasellare i calici. Si brancola un po’ nel buio, ed è forse il punto più interessante della serata. Invito tutti a fidarsi delle proprie sensazioni, a non cercare per forza una categoria rassicurante… e poi sbaglio io per primo, scambiando il Groppello per un Dolcetto. È anche in questi inciampi che si misura quanto poco, a volte, conosciamo davvero il vigneto che diciamo di conoscere.

Con la terza coppia, Nebbiolo e Grignolino, rientriamo in un territorio più familiare. L’Albugnano “Parlapà” e il Grignolino d’Asti di Cascina Rey ci riportano alla sicurezza di ciò che riconosciamo: profilo elegante, rigore, freschezza ben disegnata. Il Grignolino aggiunge quel pizzico di severità tannica che mette d’accordo quasi tutti sul fatto che, sì, qui siamo tornati “a casa”, in una grammatica che il palato si ricorda bene.

Chiudono la fila il Cabernet Franc di Ivaldo Orzan e l’Ovada di Cantina Bisceto, che ci portano dentro il grande mare del vino popolare, nel senso più nobile del termine. Sono vini che parlano la lingua del quotidiano: quella della tavola apparecchiata, dei bicchieri che si riempiono senza troppi complimenti, della bevibilità che non rinuncia a dire qualcosa ma non pretende di farlo con voce impostata. Dopo i cortocircuiti, i dubbi, le ipotesi azzardate delle coppie precedenti, è come atterrare in un’osteria amica.

Di ognuno di questi vini restano, in appendice, appunti più ordinati: non per fare una graduatoria, ma per fissare qualche dettaglio in più su questi otto (più uno) possibili ambasciatori del Mercato Fivi.

Appendice – Otto vini per raccontare il Mercato Fivi 2026 (senza podio)

Non si tratta di una classifica ma di un taccuino di assaggi: brevi appunti per dire perché questi vini, quella sera, ci sono sembrati giusti per raccontare il Mercato Fivi.
Sono otto, ma avrebbero potuto essere molti altri: la scelta non è stata quella di un vincitore, ma di qualche buon ambasciatore possibile di ciò che si può incontrare al Mercato dei Vini Fivi e di come questo si racconta nel bicchiere.

Fuori dalla cieca, ma non dalla fotografia del territorio, resta anche un Sangiovese dell’Azienda il Casale di Certaldo (FI), aperto per accompagnare i preparativi della serata: vino e azienda emblematici di cosa significhi rappresentare il proprio territorio.

Derthona “Cà degli Olmi” 2021 – Canevaro
Timorasso non macerato, in stile molto classico, per ricordare che il Timorasso non è solo “macerazione estrema”. Apprezzato da tutti i presenti.

Anisos 2022 – Eugenio Rosi
Unica vecchia conoscenza che ho portato in degustazione per farla assaggiare agli amici e condividere il mio entusiasmo. Pinot Bianco e Nosiola con macerazione: eleganza ed espressività spinte al massimo grado.

Groppello di Revò Selezione 2023 – Az. Agr. El Zeremia
Groppello, vitigno della Val di Non che il produttore propone con convinzione insieme al Maor. Io, personalmente, l’ho scambiato per un Dolcetto: vino di carattere.

Ovada 2022 – Cantina Bisceto
Giovane cantina di Carpeneto (AL) che propone un’interpretazione vigorosa e identitaria del classico vitigno quotidiano del Piemonte.

Grignolino d’Asti 2023 – Cascina Rey
Mentre assaggiavo i vini di Cascina Rey per la prima volta ho pensato: “e perché non li ho mai assaggiati prima?”. Grignolino e Barbera di sicuro passo, in versione base e superiore.

Albugnano 2021 “Parlapà” – Mario Mosso
In questo caso il vitigno è forse il più rinomato tra quelli del vigneto italiano, ma la denominazione è tra le meno note: circa 40 ettari alla fine della provincia di Asti in direzione Torino. Rapporto qualità-prezzo molto interessante.

Cabernet Franc 2023 – Ivaldo Orzan
Da Capriva del Friuli, per rivendicare la sua identità friulana: un vino verticale, profumato e autentico, che parla la lingua della terra sassosa da cui proviene.

Le Rêve 2023 – Betemps
Fumin e Gameret in parti uguali, affinato in barrique: il risultato è un rosso fresco, schietto, montano, che mette in campo anche un po’ di “ciccia”.

Una nota sui prezzi (con un sorriso amaro) – Mercato fivi 2026

E, per dovere di cronaca (e un filo di ironia), se proprio un vincitore lo vogliamo indicare è il capitolo “prezzi”: lui sì che continua a crescere con costanza, tra ingressi, panini e bottiglie. Per fortuna, almeno nel bicchiere, la qualità sembra ancora tenere il passo.

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Barbaresco Starderi 2018 – Renato Fenocchio

Barbaresco Starderi 2018 – Renato Fenocchio

La 2018 sembra sempre di più un’annata che sta svelando, bicchiere alla mano, la sua natura di millesimo “a tempo determinato”. Ne ho avuto la riprova lampante mettendo a confronto due cru della stessa mano, quella artigiana, concreta e sempre ammirevole di Renato Fenocchio, trovandomi di fronte a due velocità evolutive completamente diverse.

Se il Rombone 2018, stappato la settimana scorsa, mi aveva lasciato addosso una certa malinconia, certo ancora godibile ma segnato da terziarizzazioni già dominanti e da un principio di stanchezza ossidativa, lo Starderi gioca decisamente un altro campionato, dimostrando una quadratura che al fratello mancava e regalando una fotografia nitida di cosa significhi “beva” nel senso più nobile del termine.

Nel calice i colori differiscono ma non di molto. Un po’ più concentrato Rombone, più brillante Starderi. Ma già al naso quest’ultimo rivela una freschezza incomparabile con il fratello, che già all’olfatto si presentava seduto su sentori molto maturi. Starderi ci pare invece all’apice della sua parabola, in equilibrio perfetto tra eleganza ed espressività. Tutto è al posto giusto, al naso e in bocca: il frutto è integro, non ancora cedevole, sorretto da una spina acida vibrante che dà ritmo al sorso e con le note balsamiche del nebbiolo che ancora sussurrano «bevi, bevi, bevi…». I tannini compostissimi, levigati, perfettamente fusi nella materia. È un vino risolto, vibrante, che ti riconcilia con l’annata difficile e che spicca, nel mio personale cartellino, come una delle migliori bevute dell’anno. Uno stato di grazia di cui, a chi avesse giusto una bottiglia da parte, consiglierei di godere hic et nunc, senza la tentazione di sperare in una ulteriore evoluzione, visto l’andamento del millesimo.

Barbaresco Starderi 2018 – Renato Fenocchio

The 2018 increasingly seems, glass in hand, like a vintage on a “fixed-term contract”. I had a striking confirmation of this by comparing two crus from the same hand – the artisanal, down-to-earth and always admirable one of Renato Fenocchio – and finding myself faced with two completely different evolutionary speeds.

If the Rombone 2018, opened last week, had left me with a lingering sense of melancholy – still enjoyable, of course, but marked by tertiary aromas already in the foreground and the first signs of oxidative fatigue – the Starderi is playing in a completely different league. It shows a balance the “sibling” lacked and offers a sharp snapshot of what drinkability means in the noblest sense of the word.

In the glass, the colours differ, but not by much: Rombone is a touch more concentrated, Starderi more luminous. It’s on the nose that the gap really opens up. Starderi shows a freshness that simply doesn’t compare with its brother, which was already resting on very mature notes. Starderi, instead, seems to be at the apex of its curve, in perfect balance between elegance and expressiveness.

Everything is in its place, both on the nose and on the palate: the fruit is intact, not yet giving way, supported by a vibrant acidic backbone that sets the pace of the sip, with nebbiolo’s balsamic notes still whispering “drink, drink, drink…”. The tannins are deeply composed and polished, perfectly integrated into the body of the wine. It’s a resolved, vibrant wine that reconciles you with this tricky vintage and stands out, on my personal scorecard, as one of the best bottles of the year.

A moment of grace which, for anyone who happens to have a bottle laid down, I’d suggest enjoying hic et nunc, without the temptation to hope for further evolution, given how this vintage is behaving.

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Valle dei Lunghi 2023 – Alberto Oggero

Valle dei Lunghi 2023 – Alberto Oggero

Arneis con macerazione di 10 giorni a cappello sommerso in cemento, da vigne ottantenni su sabbie miste ad argille tipiche del Roero. L’autore è Alberto Oggero, di Santo Stefano Roero, che con questo vino dimostra quanto si possa estendere la resa espressiva del vitigno Arneis, restituendocene una versione più strutturata e sostanziosa rispetto alle tradizionali interpretazioni profumate e sottili. Dell’azienda ho scritto più diffusamente in questo articolo, a cui rimando: viaggio nel buon Piemonte del vino – focus su Alberto Oggero .

Il colore tende al dorato e i profumi rimandano alla frutta tropicale, con il mango in primo piano, alla mela Opal e al miele di acacia. In bocca è un vino avvolgente, quasi opulento, più sapido che acido, con un tannino quanto basta a farne un vino dalla vocazione gastronomica molto ampia. Io lo vedo particolarmente bene con il coniglio in umido, in un abbinamento dalla dinamica gustativa crescente e duratura.

Buono nel senso proprio del buon gusto. Probabilmente poco adatto agli amanti dei bianchi “tecnici”.


Valle dei Lunghi 2023 – Alberto Oggero – Tasting note in English

Arneis with 10 days of skin contact under submerged cap in concrete, from 80-year-old vines rooted in the sandy, clay-rich soils typical of the Roero. The wine is made by Alberto Oggero in Santo Stefano Roero, and with this bottling he shows how far you can stretch the expressive range of Arneis, offering a more structured and substantial version compared to the traditionally fragrant, delicate interpretations. I wrote about the estate in more detail in this (Italian) article: a journey through Piedmont’s good wines – focus on Alberto Oggero .

The colour leans towards deep straw with golden reflections, and the nose recalls tropical fruit – mango above all – Opal apple and acacia honey. On the palate it is broad and enveloping, almost opulent, more savoury than acidic, with just enough tannin to make it a very versatile food wine. I would strongly recommend it with rabbit stew, where the pairing creates a flavour progression that builds and lingers.

Good in the most literal sense of “good taste”. Definitely not for lovers of strictly technical white wines.

Enonauta/Degustazione di Vino #481 - review - Valle dei Lunghi 2023 - Alberto Oggero | bianco sapido, opulento e dalla grande vocazione gastronomica

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Josmeyer Kamikaze
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Kamikaze 2022 Josmeyer

Kamikaze 2022 – Josmeyer: Pinot Grigio macerato in Alsazia

Ci sono etichette che, prima ancora di stapparle, ti mettono addosso una certa agitazione. Cosa attenderci, per esempio, da un vino battezzato Kamikaze? La storia è nota: si tratta di un omaggio delle due sorelle Meyer al viaggio in Giappone del padre, ma questo non stempera l’aspettativa di grandi sorprese nei confronti di questo Pinot Grigio sperimentale rispetto alla produzione dei grand cru della cantina.

Siamo in Alsazia, a Wintzenheim, da una delle famiglie che hanno fatto la storia della biodinamica. Il nome Josmeyer è sinonimo di purezza e terroir ma, soprattutto da quando la cantina è stata presa in mano dalle sorelle, anche di una certa dose di rischio. Il nome ci suggerisce un vino affilato, tagliente, marziale. Kamikaze in giapponese significa “vento divino”. Insomma, tutto ci aspettiamo tranne che un vino convenzionale.

Colore e naso: la sorpresa del Giorno 1

Nel calice, la prima sorpresa. La lunga macerazione restituisce un colore ramato carico, particolarmente brillante, che per intensità si indirizza quasi verso l’occhio di pernice.

Il naso è tutto tranne che facile o fruttato. È un vino che all’apertura non fa concessioni. Non c’è pera, non c’è mela, non c’è pesca, men che mai l’acacia che ci si può attendere da un Pinot Grigio. Al loro posto emergono note scure, terrose, quasi da amaro, che si fondono con una mineralità spiccata: sa di sasso bagnato e grafite. È un profumo teso, che non cerca scorciatoie.

Bocca: rigore, tannino e sapidità

In bocca, la coerenza è totale. È molto secco. L’attacco è verticale, dominato da un’acidità vibrante e da una sapidità che ti prende in pieno. Anche qui, lievi sentori di radici, di china e di tamarindo.

E poi ci sono i tannini, molto presenti ma pettinati: una grana fine che asciuga il palato senza graffiare, fondendosi con una scia sapida. Vino architettonico nel suo rigore assoluto.

L’evoluzione in bottiglia: il volto del Giorno 3

Nonostante l’essenza principalmente tattile (per alcuni commensali troppo tattile, esclusivamente tattile) sono soddisfatto dal rigore della bevuta. Mi tengo da parte un paio di calici nella bottiglia per assecondare la curiosità dell’evoluzione con una maggior ossigenazione e vado a mescere dopo due giorni.

La bottiglia, lasciata respirare, si è letteralmente trasformata. Il muro austero di mineralità resta, ma ora fa da sfondo a una presenza di frutta che il primo giorno era completamente nascosta. Escono, pur senza esplodere, la pera Kaiser, la scorza d’arancia rossa, la melagrana e, azzardo, una nota leggerissima di fragolina di bosco.

Il vino si è disteso, ha guadagnato in ampiezza e in espressività. Ha sviluppato un centro bocca leggermente più ampio, in direzione della rotondità, pur rimanendo estremamente secco.

Abbinamenti e doppia anima di Kamikaze 2022

Il Kamikaze 2022 lo direi dunque un vino con una doppia anima. C’è l’anima del Giorno 1: intellettuale, minerale, tannica, gastronomica all’ennesima potenza. Un vino estremo per sottrazione che rinuncia al frutto per darti l’anima della roccia da cui proviene, e che noi abbiamo accompagnato con piacere a dei rigatoni al ragù di lampredotto.

E c’è l’anima del Giorno 3: più aperta ed espressiva, senza perdere in rigore, dove frutto e struttura trovano un equilibrio più classico. È un vino che ti chiede: «Mi vuoi subito, nudo e crudo, o hai la pazienza di aspettare che mi vesta?». Non abbiate timore di sbagliare risposta: sono entrambe esatte.

Josmeyer Kamikaze 2022: skin-contact Pinot Grigio from Alsace

There are labels that, even before you pull the cork, make you feel a certain tension. What are we supposed to expect, for instance, from a wine called Kamikaze? The story is well known: it’s a tribute by the Meyer sisters to their father’s trip to Japan, but that doesn’t really tone down the expectation of major surprises from this experimental Pinot Grigio when compared with the estate’s grand cru production.

We are in Alsace, in Wintzenheim, with one of the families that helped write the history of biodynamics. The name Josmeyer is synonymous with purity and terroir but, especially since the estate has been in the hands of the two sisters, also with a certain appetite for risk. The name suggests a sharp, cutting, almost martial wine. Kamikaze in Japanese means “divine wind”. In short, the one thing we do not expect is a conventional wine.

Colour and nose: the surprise of Day 1

In the glass comes the first surprise. The long maceration gives a deep copper hue, particularly bright, that in terms of intensity almost drifts towards an “eye of partridge” colour.

On the nose, it is anything but easy or fruity. This is a wine that, on opening, makes no concessions. There’s no pear, no apple, no peach, and certainly none of the acacia notes you might expect from Pinot Grigio. In their place, darker and more earthy tones emerge, almost amaro-like, merging with a marked minerality: it smells of wet stone and graphite. The aroma is taut, with no shortcuts.

Palate: rigour, tannin and salinity

On the palate, the coherence is total. It is very dry. The attack is vertical, driven by vibrant acidity and a salinity that hits you head-on. Here too you find slight hints of roots, china and tamarind.

And then there are the tannins, very present yet well groomed: a fine grain that dries the palate without scratching, blending into a savoury, salty finish. An architectural wine in its absolute rigour.

Evolution in the bottle: the face of Day 3

Despite its mainly tactile essence (for some at the table too tactile, exclusively tactile), I am satisfied with the strict, uncompromising character of the wine. I keep a couple of glasses in the bottle to satisfy my curiosity about its evolution with more oxygen, and come back to pour again two days later.

The bottle, left to breathe, has literally transformed. The austere wall of minerality is still there, but now it forms the backdrop to a fruit presence that was completely hidden on the first day. Without ever bursting out, notes of Kaiser pear, blood orange peel, pomegranate and, I would venture, a very light hint of wild strawberry start to appear.

The wine has relaxed; it has gained breadth and expressiveness. It has developed a slightly fuller mid-palate, moving in the direction of roundness while remaining extremely dry.

Pairings and the double soul of Kamikaze 2022

I would say Kamikaze 2022 is therefore a wine with a double soul. There is the soul of Day 1: intellectual, mineral, tannic, gastronomic to the nth degree. An extreme wine by subtraction, which gives up fruit to offer you the soul of the rock it comes from, and which we happily paired with rigatoni topped with a lampredotto ragù.

And then there is the soul of Day 3: more open and expressive, without losing its sense of rigour, where fruit and structure find a more classic balance. It’s a wine that asks you: “Do you want me right now, raw and naked, or are you willing to wait until I’m fully dressed?”. Don’t be afraid of getting the answer wrong: both choices are correct.

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mareMMMa 2025: la Maremma del vino tra cliché e rinnovamento

Firenze, lunedì 3 novembre 2025 – Certosa

mareMMMa 2025: la Maremma del vino tra cliché e rinnovamento

Dal luogo comune dei “vinoni” estrattivi a una nuova misura di espressività, riconoscibilità e bevibilità: la Maremma (da Gavorrano a Castel del Piano, fino a Magliano e alla costa di Orbetello) mostra segnali chiari di cambio di passo.

Maremma: quadro d’insieme – mareMMMa 2025

La Maremma del Vino con 4 M ci racconta il suo presente alla Certosa di Firenze. La Maremma è molto grande a dire il vero ed è difficile coglierne un tratto unificante che identifichi i suoi vini. Da Gavorrano a Castel del Piano, sfiorando la Val d’Orcia e poi a sud verso il territorio del Morellino di Scansano al confine con la Tuscia fino a Magliano, Orbetello sulla costa e poi di nuovo verso nord. Un bel giro. Davvero difficile trovare qualcosa che unifichi la produzione enoica se non quel nome, Maremma, che è un certo lasciapassare comunicativo legato ai soggiorni per turisti stranieri con le suggestioni di tipico toscano e pittoresco vivente.

Nota sul nome

“mareMMMa” gioca con quattro M: la M iniziale di Maremma + le tre M centrali che richiamano i tre Consorzi coinvolti (Maremma Toscana DOC, Morellino di Scansano DOCG, Montecucco DOC/DOCG). La tripla M in mezzo segnala la regia condivisa; la M iniziale completa il gioco grafico/sonoro.

Gli assaggi – mareMMMa 2025

Negli anni si è consolidata una percezione che vede la Maremma come una fucina di “vinoni”, estrattivi, legnosi, dove a fare da padrone è la mano dell’enologo e a guidare sono le scelte di marketing legate ai “grandi investimenti” e non è per caso che si è consolidata questa percezione. Questa categoria è vastamente rappresentata. Talvolta in modo davvero didascalico ed esagerato. Ma in questa Maremmma dalle 4 M si scorgono anche segnali nuovi, o forse sarebbe meglio dire di rinnovamento con un ritorno all’antico. O forse semplicemente a un vino declinato seguendo nuove indicazioni di gusto, nuovi paradigmi di giudizio che tengono in considerazione istanze di gusto più orientate all’espressività, alla riconoscibilità, alla bevibilità, alla salubrità (il termine è usato in senso paradossale dal momento che sempre di un fermentato alcolico si parla) così come di richieste di maggiore sostenibilità ambientale. E in questo lunedì 3 novembre abbiamo incontrato un buon numero di aziende con proposte di ottima qualità e che risultano rimarchevoli se valutate dal punto di vista appena esposto.

Perché Montecucco convince nel 2025

  • Altitudini & ventilazione: tra Amiata e Maremma, escursioni termiche che preservano fragranza e nervo acido.
  • Misura dei legni: uso più sobrio rispetto al passato; frutto e territorio passano davanti alla “cantina”.
  • Tannini scolpiti, beva verticale: struttura sì, ma senza peso — freschezza, salinità, energia.

Appunti critici

Qualità media buona, con punte molto convincenti. Resta una quota non trascurabile di legni invadenti (tostature marcate, vaniglia in primo piano) che appiattiscono i profili. Il messaggio migliore arriva dai vini che scelgono sottrazione, riconoscibilità e ritmo di beva.

Grandi elogi al Montecucco base. In generale, troppo legno.

Martino Baldi

Informazioni evento

mareMMMa – La Natura del Vino · Certosa di Firenze · lunedì 3 novembre 2025
Sito del Consorzio: consorziovinimaremma.it
Scheda evento 2025: link

Tra queste certamente Roccapesta col suo Morellino di Scansano 2023 che mette in ombra anche i suoi “superiori”.

Poggio Trevvalle di Campagnatico con un buon Vermentino 2024 (Croce di Poggioferro) e un tris di rossi che si fanno ricordare.

La denominazione tra le presenti che a mio avviso fa più centri è Montecucco.

Amiata di Castel del Piano porta in degustazione tre vini che spiccano per personalità ed espressività.

Sempre a Castel del Piano c’è Peteglia che conferma la tendenza del territorio a esprimere Sangiovese molto balsamico e definito.

Da Cinigiano vengono invece Le Pianore, Campi Nuovi e Prato al Pozzo che meriterebbero un discorso più approfondito per quanto di originale e ben realizzato hanno proposto in questa occasione

Da Seggiano Le Maciarine che porta un Montecucco 2023 (base) che lascia il segno.

mareMMMa 2025 – Monday, 3 November | Florence

Maremma del Vino, with its four Ms, tells its present at the Certosa of Florence. Maremma is in truth very large, and it’s hard to pin down a single unifying trait that identifies its wines. From Gavorrano to Castel del Piano, skirting the Val d’Orcia and then south into the Morellino di Scansano area on the Tuscia border, down to Magliano, Orbetello on the coast, and back up north again. Quite a circuit.

It’s really difficult to find anything that unifies wine production here beyond the name itself—“Maremma”—a kind of communicative pass tied to foreign tourism, with all the suggestions of what’s considered typically Tuscan, a living picturesque.

Over the years, a perception has taken hold of Maremma as a hotbed of “big wines”: highly extracted, oak-laden, where the winemaker’s hand rules and choices are led by marketing tied to “big investments.” And it’s no accident that this perception settled in. This category is widely represented—sometimes in frankly textbook, even exaggerated form.

But in this four-M “mareMMMa” you can also glimpse new signals—or better, a renewal that feels like a return to the old. Or perhaps simply wines shaped by new taste cues and judging paradigms: greater expressiveness, recognizability, drinkability, and “healthfulness” (the term is used paradoxically, since we’re talking about an alcoholic ferment) along with demands for greater environmental sustainability.

And on this Monday, 3 November, we met a good number of estates with high-quality offerings that stand out when viewed through that lens.

Among them, certainly Roccapesta with its Morellino di Scansano 2023, which outshines even its “Superiore” labels.
Poggio Trevvalle of Campagnatico with a fine Vermentino 2024 (Croce di Poggioferro) and a trio of memorable reds.
The denomination that, among those present, hits the mark most often in my view is Montecucco.
Amiata of Castel del Piano poured three wines that stand out for personality and expressiveness.
Also in Castel del Piano, Peteglia confirms the area’s tendency to produce very balsamic, well-defined Sangiovese.
From Cinigiano came Le Pianore, Campi Nuovi and Prato al Pozzo, which would warrant a deeper discussion given how original and well realized their proposals were on this occasion.
From Seggiano, Le Maciarine brought a Montecucco 2023 (entry label) that makes its mark.

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Dolcetto d’Alba “Tiglineri” 2021 – Enzo Boglietti

Dolcetto d’Alba “Tiglineri” 2021 – Enzo Boglietti

Azienda di  La Morra con vigneti in diversi comuni delle Langhe. Per questo Dolcetto l’uva proviene da La Morra, Monforte e Sinio; affinamento ripartito e in successione tra rovere, acciaio e cemento (6, 3 e 3 mesi).

Dolcetto tanto difficile da coltivare e vinificare quanto entusiasmante nei suoi esiti più felici e ambiziosi in cui, come in questo caso, si cerca di declinare il popolare vitigno piemontese in chiave decisamente più raffinata. Qui si privilegia la finezza rispetto all’immediatezza: si sacrifica un po’ di prontezza per guadagnare definizione e struttura.

Colore scuro, davvero scuro.

Sentori di mora e pepe in primo piano, più altri ricordi di resina di cipresso e foglia di eucalipto meno marcati.

Vino di struttura che, come premesso, ha uno sviluppo gustativo discreto. Bocca asciutta e strutturata, dalla muscolatura definita: frutto maturo e spezie in primo piano; tannino energico ma ben rifinito; buon equilibrio complessivo e finale persistente.

Dolcetto d'Alba Tiglineri Boglietti
Dolcetto d'Alba Tiglineri Boglietti

Dolcetto d’Alba “Tiglineri” 2021 – Enzo Boglietti

La Morra–based estate with vineyards across the Langhe. For this Dolcetto, fruit comes from La Morra, Monforte and Sinio; maturation split between oak, stainless steel and concrete (6, 3 and 3 months).

Dolcetto is anything but easy in the vineyard or the cellar, yet in its more ambitious renditions it can truly excite. The aim here is refinement over simple immediacy: some upfront readiness is traded for greater definition and structure.

Deep, almost opaque ruby-purple.

Blackberry and black pepper lead, with balsamic hints of cypress resin and eucalyptus leaf.

Dry and firmly built on the palate: ripe fruit and spice to the fore; energetic yet civilised tannins; good overall balance and a persistent finish.

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pinot nero garlider 2021
Degustazioni

Blauburgunder 2021 – Garlider

Blauburgunder 2021 – Garlider


Un vino inizialmente ostico che ricorda il valore dell’attesa.

La commessa dell’enoteca di Bolzano dove l’ho comprato la scorsa estate era stata onesta: mi aveva spiegato lo stile del produttore e mi aveva avvertito che, per un consumatore frettoloso, quel vino poteva risultare difficile. Non aveva torto.

Al primo impatto è davvero un vino di non immediata collocazione.
Viene da Velturno, in Valle Isarco: agricoltura biologica, vigne a 600/700 metri s.l.m., affinamento in botti di acacia e rovere.

Il colore è il classico rosso chiaro. Al naso, appena porti il bicchiere alla bocca, arrivano sensazioni un po’ spiazzanti: speck affumicato, formaggio di fossa, una soffitta abitata dai piccioni. Più che al “consumatore frettoloso” penserei a chi vuole berlo subito: è lui che rischia di restare perplesso. E allora cosa fare? Riportarlo in enoteca (impossibile, se l’hai comprato a 450 km da casa)? Buttarlo nel lavandino? Imprecare?

L’esperienza insegna che in questi casi, se si ha la fortuna di avere altre bottiglie, la cosa migliore è rimetterlo via e tornarci il giorno dopo, senza farsi troppe idee e senza aspettative rigide. In alternativa si può usare il decanter – o anche una caraffa d’acqua – così da dare finalmente un senso a quell’oggetto rimasto a prendere polvere per anni. Io preferisco lasciare che sia il tempo a fare il suo.

Non succede sempre, ma qui l’arieggiamento ha funzionato benissimo. Dopo due giorni dall’apertura il vino aveva smaltito quello che con tutta probabilità era un fenomeno di riduzione, probabilmente accentuato anche dal tappo in vetro (comunque benvenuto).

Al terzo giorno, come un Dr. Jekyll enoico, completa la transizione: dalla soffitta coi piccioni al bosco. Perché è il bosco la suggestione principale di questo Pinot Nero: le fragoline e gli altri piccoli frutti rossi, il terroso del muschio, un tratto amaricante e, in chiusura, un tocco balsamico.

In bocca mostra una buona forza espressiva: acidità ben marcata, tannino pungente, persistenza discreta. È lineare, non complicato, ma sincero e godibile.

pinot nero garlider 2021
pinot nero garlider 2021

Blauburgunder 2021 – Garlider

A wine that’s tricky at first and reminds you why waiting matters.

The shop assistant at the wine store in Bolzano where I bought it last summer was perfectly honest: she explained the producer’s stylistic approach and warned me that, for an impatient drinker, this bottle could come across as “difficult.” She was right.

At first sip it’s a wine that’s hard to pin down.
It’s made in Velturno, in the Eisack Valley: organic approach, vineyards at 600–700 meters above sea level, ageing in acacia and oak barrels.

The colour is the classic pale red. Bring the glass to your nose and the first aromas are slightly disorienting: smoked speck, cave-aged cheese, an attic with pigeons. It’s not really the impatient drinker but rather the one who wants to finish the bottle right away who might be puzzled.
So what to do? Take it back to the shop (impossible if you bought it 450 km from home)? Pour it down the sink? Curse at it?

Experience suggests that in such cases, if you’re lucky enough to have another bottle on hand, the best thing is to set it aside and revisit it the next day, without overthinking and without rigid expectations. Alternatively, use a decanter – or even a water carafe – and finally give meaning to that mysterious object that’s been gathering dust for years. Personally, I prefer to let time do the work.

It doesn’t always happen, but this time aeration worked beautifully. Two days after opening, the wine had shed what seemed to be an initial reduction, probably encouraged by the glass closure’s airtight seal. Nothing serious: a transitory phase that actually helped preserve the wine’s livelier side.

– It’s worth remembering that what we call “reduction” is not a flaw as such, but a temporary phase of closure that can occur when a minimally handled wine spends too long in an oxygen-poor environment. Airtight technical closures – such as glass stoppers or certain screwcaps – tend to slow down evolution and protect the wine’s integrity, yet can also enhance its initial reticence. All it needs is a little time (and a little air) to open up and reveal its deeper, livelier self. In that sense, reduction becomes an invitation to wait – a test of attention. –

By the third day, like an oenological Dr. Jekyll, it completes its transformation: from the attic with pigeons to the forest. Because the forest is indeed the key suggestion of this Pinot Noir – wild strawberries and other red berries, the earthy scent of moss, a touch of bitterness, and a hint of balsamic lift at the finish.

On the palate it shows good expressive drive: bright acidity, slightly prickly tannins, decent length. It’s straightforward rather than complex, but honest and enjoyable.

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Bottiglie, Degustazioni

Vosne-Romanèe 2019 – Guyaux

Continuando a esplorare quel segmento ricco di sorprese, e secondo alcuni anche di molte delusioni, della fascia entry level dei Borgogna, mi imbatto in questo Vosne-Romanèè (comprato a circa 40 euro in rete). Denominazione che genera grandi attese e che, ça va sans dire, atterra solitamente sulle nostre tavole a ben altri costi. Meno ambizioso delle bottiglie dei più celebri vigneron, questo 2019 del négociant JC Guyaux ci dà una interpretazione di un’annata rischiosa come quella del caldo 2019, giocando con la ricchezza del frutto senza troppo perdere in eleganza.

Appena versato nel bicchiere, il colore è quello che ti aspetti: un rubino brillante, vivo, per niente cupo. Al naso non esplode, è discreto. Inizia con una ventata di frutta più nera che rossa, poi si prende il suo tempo e lascia affiorare un tocco di spezie, quasi un pepe delicato, una sensazione di sottobosco pulito, di terra bagnata. Il legno si fa leggermente sentire, portando con sé una carezza di vaniglia, ma non copre nulla. L’assaggio conferma le sensazioni esterne. Il vino ha materia, una bella trama setosa, per niente pesante. Una vera spina dorsale acida tiene su tutto il frutto e lo rende scattante. I tannini ci sono, con una lieve astringenza, a suggerirci un possibile proficuo prolungamento dell’affinamento. Il finale è lungo, pulito, con un bel ricordo sapido che invita a mescere di nuovo.

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Gite in Cantina, Luoghi del Vino

Sebastian Praxmarer – viticoltore in Mazzon (BZ)

Sebastian Praxmarer – viticoltore in Mazzon (BZ)

Con un po’ di ritardo — ma meglio tardi che mai — vorrei raccontare della mia visita lampo all’azienda di Sebastian Praxmarer, vignaiolo a Mazzon, in Sud Tirolo: uno dei luoghi d’elezione per il Pinot Nero in Italia.

Una visita nata quasi per caso, fissata al volo al rientro da una vacanza in Val Gardena con la famiglia. Seduti al Biergarten di Santa Maddalena, mi erano tornati alla mente alcuni rumours letti in rete. Ho così deciso di chiamare per chiedere se fosse possibile passare in azienda, con l’intento di verificare di persona la fondatezza di quelle voci.

La disponibilità del signor Sebastian, di fronte a una telefonata dell’ultimo minuto, è stata disarmante per gentilezza e concretezza.

La tenuta si raggiunge percorrendo una delle strade che da Egna salgono verso il Parco del Monte Corno: un tracciato che, nell’ultimo tratto, si snoda tra le vigne di Mazzon, adagiate su suoli di argilla rossa e calcare, e sembra terminare proprio davanti al cancello della Tenuta Praxmarer.

Mazzon è un luogo unico: vigne aeree sospese tra la roccia e lo strapiombo, con una vista mozzafiato sulla valle dell’Adige. Da più di un secolo rappresenta un punto di riferimento assoluto per chi cerca distinzione e profondità nel Pinot Nero italiano. La famiglia Praxmarer custodisce questa eredità da generazioni, discendendo direttamente dai fondatori delle antiche tenute locali.

La cantina è uno scrigno: una piccola bottaia ordinata, sobria e affascinante, affiancata dallo spazio per i macchinari, all’interno di un edificio in stile tipicamente austro-ungarico. Quella che doveva essere una visita per semplici acquisti si trasforma, grazie alla cortesia di Sebastian — avvocato prima, oggi avvocato-vignaiolo — in una breve ma intensa degustazione all’aperto, nella corte da cui si ammirano i celebri vigneti di Mazzon.

Il Pinot Nero 2022 lascia una bella impressione: un vino che non cerca l’effetto, ma la verità del luogo. Da un acquisto “a scatola chiusa” siamo così passati a un acquisto a ragion veduta.

Un approfondimento più tecnico sul vino arriverà in un’altra occasione, ma intanto resta la sensazione di un incontro autentico — con una persona e con un territorio che parlano la stessa lingua di sobrietà, misura e sincerità.


Sebastian Praxmarer – Winemaker in Mazzon (South Tyrol)

A little late — but better late than never — I’d like to tell you about my brief visit to Sebastian Praxmarer’s estate in Mazzon, South Tyrol: one of the most renowned sites for Pinot Noir in Italy.

The visit happened almost by chance, arranged on the spur of the moment while returning from a family holiday in Val Gardena. Sitting at a Biergarten in Santa Maddalena, I recalled a few rumours I’d come across online. I decided to call and ask whether it might be possible to stop by and buy a few bottles — to see for myself whether those rumours held any truth.

Sebastian’s response to that last-minute call was disarmingly kind and straightforward.

You reach the estate by following one of the roads climbing from Egna towards the Monte Corno Natural Park. The last stretch winds through the vineyards of Mazzon, rooted in red clay and limestone soils, and seems to end right at the gate of Tenuta Praxmarer.

Mazzon is a unique place: vineyards suspended between rock and precipice, overlooking the Adige Valley in a breathtaking view. For over a century, it has been a benchmark for those seeking distinction and depth in Italian Pinot Noir. The Praxmarer family carries this heritage forward, descending directly from the founders of the region’s earliest estates.

The cellar itself is a small jewel — an orderly, sober, and quietly beautiful barrel room, with space for equipment housed within a building of distinctly Austro-Hungarian style. What was meant to be a quick visit for a few purchases turned, thanks to Sebastian’s generosity — lawyer first, now lawyer-winemaker — into an impromptu tasting in the courtyard, with the famous Mazzon vineyards in full view.

The 2022 Pinot Noir left a strong impression: not a wine chasing effect, but one pursuing the truth of its place.

What began as a blind purchase became a choice made with conviction — and the memory of an encounter that spoke, above all, the language of authenticity and restraint.

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